L’UE ha cambiato approccio nella gestione delle crisi economiche

di Giuseppe Sposato

La pandemia per definizione colpisce tutti i continenti del globo ed infatti il fondo monetario internazionale prevede una caduta del PIL globale del 4,4%. L’epidemia da Covid-19 rappresenta lo shock esogeno più importante a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, basti pensare che addirittura sono stati bloccati i commerci internazionali ed un gran numero di attività economiche. Gli Stati Uniti, sempre secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, faranno registrare un -4,3% mentre in Europa la Germania sembra essere ancora una volta la nazione che riuscirà ad avere meno conseguenze dalla crisi con una perdita sul PIL stimata del -6%. Regno Unito e Francia invece avranno una contrazione del PIL vicina al 9.8%, mentre l’Italia avrà una contrazione superiore al 10%. Le previsioni peggiori sono invece per il prodotto interno lordo della Spagna con una contrazione che sarà vicina al 13%. Risulta molto importante sottolineare che queste stime sono state fatte non considerando la portata cosi dirompente di questa seconda ondata che tutti stiamo vivendo.
La situazione risulta essere molto complessa per l’Unione Europea visto che molti Paesi come Portogallo, Spagna, Grecia, Belgio, Francia ed Italia avevano già un rapporto Debito/Pil distante dai parametri fissati da Maastricht.

Ciò nonostante, l’Unione Europea ha deciso di non applicare le norme euro unitarie in vigore e quindi di non seguire l’approccio avuto dopo il crack Lehman Brothers poiché il rischio che la recessione si possa trasformare in depressione economica ha fatto sì che le istituzioni europee adottassero un nuovo approccio per fronteggiare questo delicato momento storico.

Si è quindi deciso di andare in un senso nettamente diverso rispetto alle linee tracciate dalla riforma della governance economica. Questo cambio di rotta risulta ben visibile analizzando alcune delle più importanti decisioni prese dalle istituzioni europee: in primis, possiamo mettere in evidenza la scelta (che definirei storica) della commissione europea di sospendere il Patto di Stabilità e Crescita, che solo fino a poco tempo prima era l’architrave dell’ordinamento giuridico ed economico dell’Unione Europea. Il patto di stabilità ricordiamo, fissa i vincoli di bilancio e quelle che sono le tappe obbligatorie per rientrare nei parametri di bilancio decise nei trattati.

 La Commissione europea in risposta alla crisi scaturita dalla pandemia ha iniziato anche ad adottare una vigilanza ridotta su quelli che sono gli aiuti di Stato, dunque gli stati membri possono elargire delle risorse in favore di determinati settori che stanno subendo le conseguenze della pandemia.

Anche la Banca Centrale Europea sta svolgendo un ruolo molto importante nel contrasto alla crisi economica, attraverso il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Programme), una misura di politica monetaria non standard avviata nel marzo 2020 per contrastare i gravi rischi per l’area dell’euro, dovuti all’epidemia di coronavirus.

Inoltre, la BCE ha comunque deciso di continuare con il Quantitative Easing, aprendo completamente il proprio rubinetto in modo tale da mantenere vicini allo zero i tassi di interesse, così da non arrecare ulteriori difficoltà agli Stati che necessitano di liquidità immediata.

Un’altra misura decisa dall’Unione Europea riguarda l’approccio flessibile nei confronti dell’utilizzo dei fondi europei, gli stati membri avranno la possibilità di utilizzare tali fondi andando oltre il canonico vincolo di destinazione.

Altro aspetto molto importante è il fatto che gli stati membri hanno deciso di rafforzare la Banca Europea degli Envestimenti (BEI), organo dell’Unione che va a finanziare le PMI degli Stati membri. A tal proposito è stato creato un fondo che permetterà alla BEI di emettere ulteriori obbligazioni sul mercato finanziario affinché si possano elargire più risorse per l’economia reale. Esempio emblematico dell’approccio diverso nella gestione di questa crisi rispetto a quanto fatto nel 2007, ne è la costituzione del fondo SURE (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency). Attraverso questo fondo la commissione europea si indebiterà direttamente sui mercati finanziari, raccogliendo circa 90 miliardi per poi andarli ad elargire ad un tasso di interesse pressoché nullo per gli stati membri. L’unica condizionalità per poter utilizzare tali fondi riguarda il fatto che questi dovranno essere utilizzati per finanziare strumenti come la cassa integrazione. L’Italia sarà il primo beneficiario di questo fondo e ha già percepito una parte di queste risorse.

Al centro del dibattito politico odierno vi è anche un ulteriore strumento pensato dall’Unione Europea per aiutare gli stati in difficoltà, ma che soprattutto in Italia è fonte di forte diatriba all’interno degli organi governativi. L’Ue ha predisposto una linea di credito sanitaria attraverso un “nuovo” MES, (Meccanismo europeo di stabilità). Tali fondi dovrebbero essere impiegati dagli Stati membri per le spese dirette e indirette riconducibili al sistema sanitario nazionale, ma ad oggi nessuno Stato dell’Unione Europea ha fatto ricorso ai fondi del MES perché vi sono molti dubbi sulle condizionalità che potrebbero sorgere terminata la pandemia, tant’è che pochi giorni fa il Presidente del Parlamento europeo ha fatto capire che lo strumento deve essere superato ed ha addirittura lanciato un’ipotesi di cancellazioni dei debiti contratti dagli Stati per far fronte alla pandemia.

L’ultimo strumento messo in campo dall’Unione Europea, ma non per importanza, è il NEX GENERATION UE, un fondo da 750 miliardi che saranno raccolti dalla Commissione Europea sui mercati finanziari attraverso l’emissione di obbligazioni UE. Di questi circa 390 miliardi saranno sovvenzioni e 360 miliardi invece saranno prestiti.

Tali fondi saranno distribuiti in modo proporzionale in base ai danni arrecati dalla pandemia alle economie dei vari Stati membri. Ogni Stato dovrà predisporre un Recovery Plan nazionale da presentare alle istituzioni UE. Un aspetto molto importante è che la restituzione dei prestiti avverrà tra il 2027 e il 2057 ma non in modo proporzionale in base ai fondi che gli Stati hanno ricevuto, ma si è deciso che le restituzioni dovranno avvenire in modo proporzionale rispetto al PIL dei singoli Stati membri. Questo significa che nonostante la Germania, ad esempio, non sia tra i principali beneficiari di questi fondi, sarà però il principale contribuente, al secondo posto per contribuzione vi sarà la Francia e subito dopo l’Italia che quindi avrà un guadagno netto accedendo al Next Generation UE. Aspetto molto importante è che questi fondi derivanti dal Next Generation UE dovranno essere destinati per circa il 37% per piani di transizione energetica, con l’obiettivo di rendere l’Unione Europea sempre più green.

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