Maradona, “El hombre” de Dios argentino

Omaggio alla vida “tombola” del Diez più forte della storia del calcio

di Domenico Barbato

Se si dovesse scrivere un libro su Diego Maradona, le pagine non basterebbero. Eroe a cavallo tra due mondi, l’Argentina e l’Italia, Diego ha rappresentato il vero mito di una intera generazione. Con le sue giocate ha illuminato palcoscenici, distribuito imperdibili prodezze, brillando nella partita che più contava: quella del Mondiale 86’ contro l’Inghilterra.

Maradona alza al cielo la Coppa del Mondo, Messico ’86

Una partita, quella, che avrebbe vinto a tutti costi, scacciando ferocemente tutte le truppe inglesi dalle Malvinas. Diego ha rappresentato un’era, quella tra gli anni ’80 e ’90, dove il calcio ancora non era un business come oggi, la guerra fredda era alle sue battute finali e il modello economico neoliberista stava lentamente entrando dal portone principale. Maradona ha rappresentato una religione, una divinità in grado di realizzare giocate ignote ai comuni mortali. Il gol del siglo avrebbe potuto essere concepito solo da un genio come lui. Scartare mezza difesa inglese, per poi depositare in rete con una tale freddezza: solo pochi eletti avrebbero potuto farlo. La voce del famoso relator Victor Hugo Morales non lascia dubbi: rimasto senza parole davanti a tale magia, inizia a pronunciare dei monosillabi “ Ta ta ta” che accompagnano l’azione fino alla sua espressione finale “Barrilete Cosmico”. Che dire poi della Mano de dios, una giocata sopraffina, furba, che oggi verrebbe annullata dall’ausilio del VAR. Una giocata, però, che è l’emblema di tutto quello che è stato Maradona: un genio che, sia in positivo che in negativo, non ha mai saputo separare il campione dall’uomo. Diego ha addirittura ispirato una religione su quel gesto. I seguaci dell’Iglesia Maradoniana in Argentina sono tanti. Si sposano con una maglia albiceleste dal numero diez e con un rito di iniziazione che prevede di mettere la palla in rete proprio con la mano. Un gesto così innocuo che ha assunto dei contorni paragonabili a un sacramento. Le reliquie del “Santo Maradona” sono conservate in varie cappelle disperse su tutto il territorio argentino.

Maradona con la maglia del Napoli

La religione maradoniana trova però il suo centro nevralgico a Napoli. Nel capoluogo campano viene conservato in una cripta il capello di colui che ha fatto vincere nel 1987 e nel 1989 gli unici due scudetti della storia partenopea. Il “Miracolo di San Gennaro” per molti campani, colpiti pochi anni prima dal violento terremoto in Irpinia. Un uomo in grado di chiedere ad uno stadio, il San Paolo, di sostenerlo nella semifinale del Mondiale 90’ contro la padrona di casa Italia.

L’ultimo Diego

Un genio in grado di creare tanto stupore e meraviglia tra la gente quanto nel rovinarsi l’esistenza con alcool e droga. Una partita già persa in partenza quest’ultima che lo ha trascinato, proprio come i grandi campioni, alla rovina. L’ultimo Maradona è stato questo, un uomo non in grado di vivere le gioie comuni della vita per rifugiarsi in una vita parallela, piena di ebbrezze invisibili. Una fine indegna per un vero campione sportivo, stroncato ieri da un arresto cardiaco avvenuto in seguito all’ennesimo ricovero. A Buenos Aires stanno già organizzando il suo funerale, una celebrazione nazionale che porterà in piazza, tra le lacrime, milioni di persone, appassionati e meno che tributeranno il giusto omaggio al proprio eroe. Il popolo argentino che ha visto nel 2013 per la prima volta nella sua storia l’elezione di un pontefice argentino, spera in un nuovo miracolo: un apostolo che possa seguire le gesta del diez e riportare l’Argentina sul tetto del mondo. Non ci sono riusciti Messi, Aguero e Lavezzi, ma dopo di loro altre giovani promesse ci proveranno. A Villa Fiorito e nei vari barrios ci sperano. In Argentina, però, nulla distruggerà la leggenda dell’unico vero Diez albiceleste, di quel Diego Armando Maradona che continuerà ad ispirare tutti con le sue strepitose giocate finite nei manuali di storia. Un vero Gilgamesh moderno traghettato alla fine della guerra fredda che difenderà anche nell’Ade la sua “amata” nazione albiceleste dagli invasori stranieri.

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