Il racconto, le paure, i dubbi, le speranze

Una testimonianza diretta dal mondo della ristorazione, colpito come altri, dal lockdown e quindi dalla crisi economica

di Natale Francesco Aurelio

Marzo 2020, quando tutto cambiò. La vita, i sogni, il lavoro.

Su tutto il Mondo si abbatte questa dannata pandemia, a causa del propagarsi di un virus sconosciuto, che ci coglie tutti impreparati. Il governo italiano, come tanti governi europei e del mondo, decide di chiudere tutto. Tutti a casa, per preservare la salute di ogni cittadino. Questo, però, ha un prezzo da pagare dal punto di vista economico. Rischiano il crollo tanti settori. Su tutti quello del turismo e della ristorazione. Nel Paese le realtà sono molto diverse fra loro. Chi soffre di più, chiaramente, è il sud: dove ci sono realtà che già soffrono per motivi diversi, per varie carenze. Difficoltà che vengono affrontate, quotidianamente, con l’amore e la passione di far crescere il proprio territorio, cercando, comunque, di andare avanti, anche per garantire un futuro ai propri figli.

Nel meridione ci sono molti ristoranti, molti bar, molte paninoteche a gestione familiare e con dipendenti. Ci sono centinaia, migliaia di famiglie in difficoltà, perché il sostegno del governo tarda ad arrivare. La potenza di fuoco che aveva promesso il Presidente del Consiglio non arriva, e quando arriva è tutt’altro che una potenza di fuoco. Basti pensare che la cassa integrazione ai dipendenti arriva dopo quasi quattro mesi dalla chiusura dei locali, il sostegno alle attività pure, e quando arrivano non corrispondono al compenso promesso. Per i dipendenti solo il 40% netto della busta paga, invece di quell’80% sbandierato. Per le attività idem. Cresce in quei giorni la paura. I sogni possono svanire, le preoccupazioni di perdere il lavoro crescono. Si inizia a pensare di non potercela fare ad affrontare le varie problematiche che sorgeranno. Un futuro tristemente incerto. Intanto, il governo si inventa altri aiuti per le attività, ma devono essere le banche ad anticipare i soldi. Banche che a loro volta, giustamente, vogliono tutelarsi e così un buon 50% delle domande fatte vengono respinte. Un’altra beffa. Ancor più per il sud. I politici nel frattempo che fanno? Invece di trovare una soluzione, come al solito, pensano a litigare tra di loro (maggioranza di governo e opposizioni). Le imprese, quelle della ristorazione in particolare, chiedono un aiuto o di poter lavorare. Almeno il ristoro sulla base del dichiarato l’anno precedente, niente di più. Per ripartire di nuovo, per non dover fare licenziamenti, per non chiudere.

Si avvicina l’estate, ed anche se gli aiuti non arrivano, finalmente si riapre: “Tutti liberi, sanificate tutto, distanziamento tra persone e tavoli, mascherine, 40% dei posti a sedere, niente feste e balli”. Con molte difficoltà passa un’altra estate. Alle porte, però, ci sono un autunno ed un inverno durante i quali  già si prevede un peggioramento della situazione epidemiologica, con la paura e la rabbia di rivedere un film già visto. È novembre: i contagi iniziano a crescere, ci sono le prime polemiche tra i nostri politicanti. Di nuovo, a soffrire, ci sono le attività della ristorazione su tutte e un sud con molte difficoltà di base. Arriva l’ennesimo DPCM: di nuovo tutti a casa. La salute prima di tutto. Il bene comune. Certo. La domanda, però, è: quante attività del nostro sud riusciranno a riaprire? I nostri politici questa volta aiuteranno concretamente tutte queste famiglie? La speranza vera, più che nelle domande ormai retoriche che ci poniamo, sta nella rapida conclusione di questo incubo. Sia dal punto di vista epidemiologico, sia dal punto di vista economico. È chiaro, perciò, che serve una classe politica che lavori con passione, con prontezza, per risolvere i problemi di migliaia di famiglie e per dare loro un po’ di sicurezza, in questa situazione che sta segnando profondamente tutte le popolazioni del pianeta.

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