“Stagista con esperienza”: la storia di Daniele Comunale, mendicante per un giorno

di Simone Gioia e Iacopo Fiorinelli

Daniele Comunale, 28 anni, vive a Milano, è laureato in Lettere Moderne ed è amante della scrittura. Nel 2014 è stato finalista del Campiello Giovani (un concorso letterario rivolto a giovani di età compresa fra i 15 e i 22 anni per la scrittura di un racconto a tema libero in lingua italiana). Oggi, come tantissimi altri giovani di questo Paese, si ritrova ad essere uno stagista. Nelle scorse settimane, ha compiuto un gesto forte: ha trascorso un intero pomeriggio davanti al Comune di Milano «un po’ per disperazione, ma soprattutto per protestare e provocare». E così, abbiamo deciso di intervistarlo.

Quando hai deciso di dire basta e di ribellarti, l’hai fatto con un fine o solo per disperazione? È stato un gesto molto forte il tuo

«Si è trattato di un impulso spontaneo, una  reazione istintiva sulla quale ho ponderato poi per qualche giorno. Mi sono chiesto se avesse senso o meno dare seguito a questo bisogno. Poi mi sono risposto che sì, aveva senso fare quel gesto, non si trattava di un semplice sfogo fine a sé stesso, era una richiesta di attenzione su un tema, quello della precarietà giovanile, da anni sottovalutato o addirittura ignorato».

Cos’hai provato esattamente quel pomeriggio? E agli occhi della gente, chi eri?

«Agli occhi della gente credo di essere stato tante cose: mendicante, idiota, bamboccione, ridicolo, ma per alcuni anche coraggioso, anche se il coraggio è ben altro. Ho provato un grande senso di libertà nel vedere che il mio gesto, nel bene e nel male, stesse provocando reazioni diverse, perché questo è il punto di partenza di un dibattito».

La tua storia ha fatto molto clamore mediatico: te lo aspettavi?

«Più che mediatico, ha fatto clamore umano, per così dire, ed è stato proprio questo l’aspetto tanto bello e rassicurante della questione. Mi hanno scritto centinaia di giovani e meno giovani in situazioni simili o peggiori della mia. E quando un gesto provoca comprensione, solidarietà e partecipazione, vuol dire che ha avuto senso farlo».

Il problema della disoccupazione giovanile è un gigantesco tema, di cui, però, nessun politico, indistintamente dal colore politico, si è mai occupato nel concreto: perché secondo te la classe politica non si pone mai questo problema?

«Non voglio parlare di politica, perché credo che questo sia prima di tutto un tema di natura civica, ci coinvolge tutti quanti indipendentemente dal nostro ruolo nella società. Parlare di politica sarebbe una maniera per delegare la questione. Ritengo che uno degli indicatori della salute di una comunità sia proprio la possibilità delle generazioni più giovani di immaginare un futuro migliore. L’immaginazione è il primo passo verso la creazione, e quello che mi chiedo è, quanti giovani oggi in Italia si sentono in grado di creare qualcosa di nuovo?».

Quant’è umiliante per un brillante giovane della tua età vivere di stage?

«Brillanti per me sono Margherita Hack o Rita Levi Montalcini, di me so solo che sono una persona che ha fatto sacrifici tali da meritarsi un po’ di fiducia e possibilità di fare».

So che può sembrare un paradosso, ma vogliamo chiedertelo lo stesso: ti senti mai in colpa per non riuscire ad aiutare come vorresti la tua famiglia?

«Mi sento molto più a disagio nel dover essere ancora aiutato, e quindi essere un peso, alla soglia dei 30 anni».

Hai paura che la tua grande passione, la scrittura, possa rimanere tale e mai un lavoro a tutti gli effetti?

«So che non rimarrà tale, perché continuerò a lottare e quando lotto in un modo o nell’altro le cose le ottengo. In Italia chi scrive è visto come una sorta di sognatore scansafatiche, ma è un pregiudizio stupido, come tutti i pregiudizi. La scrittura è un lavoro molto pratico, duro e costante, di precisione e fatica. Ed è un lavoro necessario: mi capitano fra le mani fin troppi comunicati stampa, pagine di giornale, mail di lavoro o anche semplici post ufficiali che non rispettano le più basilari regole grammaticali. Un professionista della scrittura – se non vogliamo chiamarlo scrittore – non si deve necessariamente limitare a scrivere libri».

Leggendo i commenti sotto la tua storia, abbiamo visto tanta solidarietà ma anche tanta rassegnazione da parte dei giovani. Sei soddisfatto per esser riuscito a dare voce, comunque, a tanti tuoi coetanei?

«Mi hanno scritto in moltissimi ed è stato bello, si è aperto un canale di comunicazione, solidarietà e condivisione. È stata un’onda di parole autentiche e pulite che custodisco con piacere. Vorrei però che non rimanessero inascoltate, vorrei trovare la maniera per far sì che ogni storia che mi è stata raccontata riesca a superare l’hype del post o della notizia».

Dopo questa tua manifestazione di sgomento, di rabbia, di frustrazione: hai ricevuto qualche risposta o qualche impegno da parte dei politici?

«No, ma – fatto ben più importante – ho trovato la promessa di partecipazione alla mia protesta da parte di molte persone, quando la situazione tornerà a permettercelo».

Si ringrazia Daniele Comunale per la disponibilità.

Pubblicato da Voce- Un'altra informazione

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