Calabria, terra di sacrifici e d’amore

di Pasquale Zaccaro e Natale Francesco Aurelio

Amore per un luogo malato d’incuria. Una terra aspra. Ultima tra le ultime. Sud nel sud. Una concentrazione di contraddizioni.

Dai fasti di antiche civiltà ad un presente di decadimento. Le domande da porsi, oggi, sono: Perché? Quali sono i motivi per i quali la Calabria, a dispetto di altre regioni, altrettanto sofferenti, è quella con più difficoltà?

Due motivi che la distinguono, ad esempio, dalla Sicilia e dalla Sardegna, sono il non essere una regione a Statuto speciale, e quel tratto identitario tipico delle regioni isolane o di confine, che infonde orgoglio in chi nasce in quelle terre stupende. Anche le due meravigliose isole vertono in uno stato di impoverimento e di decadimento alquanto triste. Nonostante ciò, riescono ancora ad essere attrattive e le rispettive popolazioni riescono a mantenere almeno una parvenza di comunità forti, pronte a risalire la china, senza rinunciare alla propria storia ed alla propria identità.

Ed è proprio qui che si crea una differenza tra le differenze. Se le forti culture popolari locali riescono a dare ancora qualcosa alle due isole, in Calabria questo va creato e con fatica.

Gli scavi archeologici di Sibari

Il momento storico attuale è un momento di cambiamenti, globali. La transizione è faticosa. L’Italia deve riconvertire la propria economia, la propria società. Il nord gode di residuati industriali che riconvertendo o ammodernando riescono a dare ancora tanto all’economia dell’intero Paese. Al sud, invece, restano soltanto le macerie lasciate dalla storia recente, dai malcostumi e dalla passività di almeno due generazioni di persone.

Abbiamo lasciato che ci venisse dato molto più di quello che si creava e non ci siamo mai opposti a chi con la forza e con la violenza prendeva piede, sostituendosi allo Stato, cioè a tutti noi, mantenendo una situazione nella quale ci siamo tutti cullati, sin quando l’oste non ci ha servito il conto. E sì, perché il conto arriva sempre. Quando l’UE ci ha dato credito per ripartire, chiedendoci di mettere a posto i conti pubblici, abbiamo fatto esattamente quello che eravamo abituati a fare sino a quel momento: prendere senza dare. Quando si sta in una comunità ci vuole rispetto. Rispetto delle regole. Ed ai teorici del restare fuori o dell’uscire da questa comunità bisognerebbe fare questa domanda: “Per continuare ad essere il Paese dei malcostumi e del malaffare?”

Per cui, fatta una breve ricostruzione, possiamo tornare alla Calabria. Mentre lo Stato italiano continua a ricevere ingenti risorse dalla comunità della quale è fondatore, diverse regioni, tra le quali la Calabria, hanno raso al suolo il diritto alla sanità dei propri abitanti, a vantaggio delle regioni più virtuose.

Se il malaffare, già menzionato, ha prodotto ciò che è accaduto in Lombardia durante la pandemia, si pensi a quale possa essere il quadro in Calabria. Circa venti strutture chiuse e abbandonate. Strutture mai messe in funzione. Presidi minimi, essenziali, inesistenti per vastissime zone del territorio regionale e per i relativi propri abitanti. Personale carente nelle poche strutture funzionanti. La devastazione dei diritti fondamentali.

Fino al Commissariamento.

Al disastro della sanità si aggiungono la disoccupazione, il relativo lavoro nero, la disoccupazione femminile da brivido, il livello di scolarizzazione basso, la bassa qualità dei servizi, compreso quello dell’istruzione, il dissesto economico di molti enti locali, la burocrazia che regola il tutto, come necessario, ma che imbriglia chi prova a fare qualcosa di concreto, la criminalità, il dissesto idrogeologico, l’abusivismo (non soltanto edilizio). A tutto ciò si aggiunge la peggiore delle piaghe: la disillusione.

L’abbandono della speranza di un cambiamento da parte di chi la abita e la fuga dei giovani, stanno rendendo sterile ed arido uno dei più bei lembi del pianeta.

Il Pino Loricato

Per fortuna, però, la Calabria non è solo questo. Le spiagge incantevoli, le aree archeologiche che rievocano la sua antica ed immensa storia e tre parchi nazionali. In Calabria puoi fare snorkeling e puoi sciare. Puoi mangiare all’ombra di un pino loricato, in una pineta godendo del profumo del mare, o sulla spiaggia. Ci sono borghi con qualche decina di abitanti che tengono viva questa terra. Ci sono attività rurali che sono la fotografia perfetta di questa regione e della sua storia. C’è anche dell’eccellente imprenditoria di caratura internazionale, come Amarelli e Callipo, per citarne soltanto un paio. Anche tutto questo è Calabria.

Un concentrato di contraddizioni da cui, chi abita questa terra, deve provare ad estrarre il meglio. E se si riesce ad estrarre il meglio da un concentrato, il prodotto sarà imbattibile!

Il prossimo 14 febbraio il popolo calabrese sarà chiamato ancora al voto, dopo la prematura dipartita della Presidente Jole Santelli alla quale si deve rivolgere, rinnovare, un pensiero di cordoglio, ricordando che bisogna essere persone rispettose, prima che persone con idee diverse tra loro. E soprattutto che le discriminazioni e le invettive vanno stigmatizzare e condannate con fermezza, se vogliamo cambiare, qualunque cosa. Per cui, dicevamo, si vota il giorno di San Valentino. La giornata giusta per dimostrare quanto si ami questa terra. L’interesse comune, prima di prostituire la propria dignità per false promesse o per un tozzo di pane. Facciamo un appello alla partecipazione democratica del popolo calabrese, a prescindere dalle idee politiche e di società. Un atto d’amore per la terra più bella che ci sia. Senza tutto ciò non può esserci cambiamento, non può esserci un futuro migliore, non possono esserci ambizioni, personali o collettive. Senza una visione si rimane fermi al palo. I calabresi hanno bisogno di rompere col passato ed i suoi schemi da autolesionismo.

Il Parco Nazionale della Sila

E dopo questo appello vogliamo lasciare i nostri lettori alla riflessione, con queste parole:

“La rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara, e più affilata di un coltello.”

Paolo Borsellino

Pubblicato da Voce- Un'altra informazione

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