La tempesta dentro

Mercoledì pomeriggio, nella capitale statunitense, si è arrivati ad un punto di ritorno, tornando indietro di più di due secoli. Quando il cuore dell’America fu attaccato da stranieri. Non dai suoi stessi cittadini.

di Lorenzo Rezzonico

6 gennaio 2021. Senza mostrare chissà quali spiccate doti di preveggenza, si può quasi certamente dire che, tra qualche anno, i nostri figli e nipoti troveranno questa data incisa nei libri di storia. Entrerà nell’immaginario collettivo. Ci rimarrà per tanto tempo, anche se la sua forza evocativa andrà scemando, in quanto gli Stati Uniti rimarranno superpotenza globale incontrastata. Lo sono da diverso tempo, e questo primato affonda nelle più profonde radici ancestrali di questo popolo, dal mito della “Città sulla collina”, all’eccezionalismo americano, i quali trovano la loro forza in uno snodo fondamentale: la gloriosa indipendenza conquistata sanguinosamente dalla madrepatria inglese. La quale si rese anche protagonista di un nefasto evento: nel 1814, i soldati di Sua Maestà attaccarono ed insediarono Washington, incendiando la Casa Bianca ed assaltando il Campidoglio. Mai si era visto l’America venisse attaccata dall’interno.

Chiaramente, bisogna distinguere il linguaggio iperbolico dalla realtà. È ingenuo parlare di “golpe” quando i protagonisti di questo presunto colpo di stato si presentano vestiti da sciamani il cui unico obiettivo è stato, nella stragrande maggioranza dei casi, cogliere l’occasione di farsi un selfie nelle stanze dell’élite del potere. Proprio quest’ultimo dev’essere il fulcro dell’analisi: esponenti (chiaramente radicali, estremisti e che rappresentano una percentuale quasi nulla) di quell’America profonda e dimenticata, tanto vellicata e cavalcata dal presidente uscente Trump, i quali non sembravano credere ai propri occhi quando si è presentata la possibilità di irridere i potenti, coloro i quali troppo spesso si sono rifugiati nelle stanze dei bottoni washingtoniane, o nei circoli buoni di New York o San Francisco, tendendo l’orecchio solo ad una parte del Paese. Quella più ricca, benestante e piena di privilegi. In un Paese pieno di diseguaglianze come gli USA, la minoranza.

Ma come mai si è arrivati a quel pomeriggio? Domanda da un milione di dollari. Alla quale non ci può essere un’immediata risposta, che forse non ci sarà mai, o perlomeno richiederà del tempo (molto) per mostrarsi. Tuttavia, non ci si può esimere dall’emettere alcuni giudizi, alla base degli ultimi sviluppi: la totale fallacia e gli errori grossolani fatti in questi ultimi anni, più o meno dall’inizio degli anni Duemila, dalle varie amministrazioni susseguitesi (Bush Jr. e Barack Obama), nonché da quegli apparati sempre più dominanti negli affari della superpotenza. Quest’ultimi, infatti, sono artefici dei più grandi fallimenti della politica estera americana recente (Afghanistan, Iraq), fautori di un approccio sempre bellicoso, volto a cercare nemici anche laddove non ce ne sono ed a gonfiare un budget militare che, ad oggi, ha raggiunto dimensioni imbarazzanti. Quante alle amministrazioni che si sono alternate al potere, esse non sono riuscite ad arginare lo strapotere del Deep State tanto odiato da Trump (dolosamente e sempre con una vena complottista, va detto); non hanno ridotto le diseguaglianze, si sono concentrate solo sull’accrescimento di potenza, hanno perseguito pratiche a-economiche, come quella di continuarsi a presentare come compratore globale d’ultima istanza, così da creare dipendenza tra sé e gli altri: ciò ha prodotto, e continua a farlo, un debito esorbitante e soprattutto ha distrutto la manifattura autoctona a favore di quella estera, non da ultima quella cinese. Da un punto di vista meramente geopolitico, questo ha prodotto i suoi risultati: non si vede all’orizzonte nessuna potenza in grado anche solo di scalfire il primato statunitense. Ma alla lunga, questo può avere ripercussioni interne, soprattutto se, per esempio e come succede negli Stati Uniti, l’impianto del welfare è solamente abbozzato.

Tutti i detentori del potere hanno continuato a dormire sonni tranquilli, cullandosi del primato. Fino all’8 novembre 2016. Donald Trump è stato il prodotto di tutte queste dinamiche appena descritte, e di molte altre, ovviamente. Non la causa. E questo è fondamentale. Quell’America profonda, tanto lasciata indietro ed abbandonata a sé stessa a leccarsi le ferite, ha reagito di conseguenza, elevando un super miliardario e membro dell’élite newyorkese, quanto da loro stessi di più profondamente odiato, a loro salvatore. Bizzarro, ma logico. E quest’ultimo ha agito di conseguenza, ispirandosi a quel cinismo descritto da Niccolò Machiavelli ne “Il Principe” qualche secolo fa, alla ricerca dell’unica cosa che conta: il consenso, che dà vita al potere: elisir di lunga vita per un uomo dalle comprovate (per alcuni) manie protagonistiche e soprattutto narcisistiche, pronto a far di tutto per prendersi e tenersi la scena. Pure ad incoraggiare una rivolta contro i simboli dell’America. Magari, a ricandidarsi tra 4 anni. Il 6 gennaio è stato “solamente” il culmine di anni di errori e valutazioni errate, esposte in maniera sicuramente discutibile ma altrettanto cristallina da Trump. Ora il solco si fa quasi invalicabile. La situazione che si presta davanti a Joe Biden è delle più difficili immaginabili. La sofferenza e la violenza continuerà, si spera non in queste misure. Ma l’America c’è, e continua a guardare tutti dall’alto verso il basso. Siamo avvisati.

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