Covid e scuola: l’istruzione è davvero una priorità?

Il confronto tra le scelte politiche dell’Italia e quelle delle altre potenze europee sembra far emergere una strategia diversa: quanto è importante la riapertura delle scuole?

di Iacopo Fiorinelli

Un anno fa, in un clima di stupore generale, Lombardia e Veneto emettevano un’ ordinanza avente ad oggetto la sospensione delle attività delle scuole di ogni ordine e grado, comprese le scuole materne e gli asili nido. Si trattava della prima misura di contenimento del virus non più confinata a singoli comuni, bensì estesa all’intero territorio delle due regioni.

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Conferenza stampa dell’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dell’ex Ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina

Confrontro tra Italia e altri grandi Stati europei

In un primo momento la scelta di chiudere le scuole si rivelò praticamente obbligata, tanto che di lì a poco l’Europa intera si sarebbe ritrovata in lockdown. Quello su cui, invece, si potrebbe riflettere è la gestione che ha caratterizzato i mesi successivi. Già durante il primo lockdown l’Italia ha adottato una stategia diversa da quella degli altri grandi Paesi europei, decidendo di chiudere gli istituti scolastici per 105 giorni, contro i 67 della Spagna, i 60 di Regno Unito e Francia, i 53 della Germania e i 48 dell’Olanda. Durante la seconda ondata, invece, gli Stati europei hanno riaperto le scuole in un contesto epidemiologico abbastanza simile. La maggior parte dei Paesi, almeno fino a dicembre, non ha disposto una chiusura generalizzata delle scuole. Fanno eccezzione Italia, Belgio, Austria, Grecia, Repubblica Ceca e Svezia.

Ciò che più soprende, rispetto ai Paesi economicamente e demograficamente paragonabili all’Italia, è l’importanza che è stata data alla riapertura fisica delle scuole. La Cancelliera tedesca Angela Merkel ha più volte ribadito la volontà di mantenere aperte scuole e asilo nido, affinchè «i bambini non diventino le vere vittime della pandemia». A fine ottobre il Governo tedesco ha introdotto alcune misure restrittive (il cosiddetto “lockdown soft”), ma le scuole sono rimaste aperte. Solamente a metà dicembre, dopo la decisione di adottare il “lockdown di Natale”, l’Esecutivo tedesco ha decretato una nuova chiusura delle scuole. La stessa strategia è stata seguita anche dalla Francia di Emmanuel Macron. «I nostri bambini non possono essere privati a lungo dell’istruzione, dell’educazione, del rapporto con il sistema scolastico», dichiarò il 28 ottobre nel suo discorso alla nazione il Presidente transalpino. Due giorni più tardi sarebbe stato indetto il secondo lockdown nazionale, ma le scuole sarebbero rimaste aperte. Il Ministro dell’Istruzione francese Jean-Michel Blanquard spiegò che, a suo giudizio, mantenere le scuole chiuse rischia di danneggiare gli studenti sia dal punto di vista scolastico che dal punto di vista dello sviluppo fisico e mentale. L’approccio di Pedro Sánchez è stato più cauto. Il Governo spagnolo ha optato per un sistema ibrido: metà a casa e metà in presenza. Anche gli iberici, però, contano un numero di giorni di lezioni in presenza superiore a quello dell’Italia.

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Fotogramma del discorso alla nazione del Presidente francese Emmanuel Macron tenutosi il 28 novembre 2020

Stando ai dati dell’Unesco sulla chiusura delle scuole da inizio pandemia fino a gennaio 2021, l’Italia ha tenuto aperte le scuole più di Germania e Regno Unito, ma si deve sottolineare una differenza sostanziale. In Italia, sin dall’indizio della pandemia, tutti i provvedimenti restrittivi hanno sempre riguardato prima la scuola e poi (eventualmente) tutte le altre attività. In Germania e nel Regno Unito, viceversa, ogni qualvolta si sia verificato un rapido aumento dei contagi, si è deciso dapprima di porre delle restrizioni a moltissime altre attività, optando per la chiusura delle scuole solamente in caso di lockdown nazionale.

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Fotogramma della conferenza stampa con cui la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha annuciato il “lockdown natalizio”

Cosa dice la scienza

Le ricerche scientifiche sull’efficacia della chiusura delle scuole come misura di contenimento della pandemia sono spesso in contrasto e danno poche certezze. Un articolo pubblicato su Internazionale il 21 ottobre confronta due studi sugli effetti della riapertura delle scuole svolte in Germania e in Italia. Sembrerebbe che in Germania i contagi siano diminuiti nel periodo immediatamente successivo all’apertura, mentre in Italia le regioni che hanno riaperto prima si sono trovate con un trend dei contagi peggiore di quello delle altre regioni. Una delle possibili spiegazioni potrebbe essere la grande tempestività tedesca nell’interrompere immediatamente la catena di contagio. Non vi è però un’evidenza scientifica che possa far concludere che queste correlazioni implichino necessariamente un nesso causale. Un articolo pubblicato sul Lancet Infectious Diseases il 22 ottobre, citato anche dal Ministro della Sanità Roberto Speranza, sostiene che chiudere gli edifici scolastici porti a una riduzione del 15% dei contagi in 4 settimane, ma le modalità con cui lo studio è stato condotto sono state ritenuto inapproriate da una parte della comunità scientifica. Un articolo pubblicato su Nature il 29 ottobre, al contrario, smentisce la tesi secondo cui le scuole sarebbero una fonte di infezione.

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Il Presidente dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) Tedros Adhanom, sostenitore dell’apertura delle scuole

Che conclusioni si possono trarre

Nessun Paese è riuscito a gestire in maniera perfetta una situazione tanto complessa quanto delicata come quella della pandemia e non sono mancate proteste da parte di docenti e studenti per chiedere maggiore sicurezza. Tuttavia, i grandi Paesi europei hanno deciso di porre al centro della loro agenda politica la presenza fisica nelle scuole, considerata un elemento imprescindibile per costruire un futuro migliore per le nuove generazioni. L’Italia ha deciso, invece, di smarcarsi da questa strategia. La speranza è, ovviamente, che si sia trattato solamente di una scelta politica del tutto eccezionale e contigente. La sensazione è, purtroppo, che ancora una volta l’istruzione non sia stata la priorità assoluta del Governo. Se questa seconda tesi dovesse essere confermata, dovremmo riflettere seriamente sulle prospettive economiche, sociali e culturali del Bel paese.

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