Il Venezuela chavista al bivio. Serve Maduro per il cambiamento?

Il successo elettorale del PSUV alimenta i dubbi popolari sul futuro dello stato bolivariano

di Domenico Barbato

Anno nuovo, vita nuova recita un famoso detto. Non per il Venezuela che ha salutato l’inizio del 2021, confermando saldamente al potere il presidente Nicolàs Maduro. Il Partido Socialista Unido de Venezuela ha trionfato nelle elezioni legislative di dicembre, ottenendo il 68% dei voti contro il 18% degli altri partiti. La tornata elettorale ha visto però come unico vero protagonista l’astensionismo. La presenza di formazioni politiche di opposizione non ha infatti impedito il verificarsi del più alto tasso di astensione degli ultimi dieci anni. Il 69% dei venezuelani ha disertato le urne, manifestando pubblicamente la propria stanchezza per la crisi economica dilagante.

Juan Guaidò, leader dell’opposizione

Il leader dell’opposizione Juan Guaidò, riconosciuto da metà Europa come legittimo presidente del Venezuela, ha tentato di bissare il successo ottenuto nel gennaio 2019, ergendosi a capo della proteste. L’ex presidente dell’Assemblea Nazionale ha perso, dovendo rinunciare al suo ruolo all’interno del Parlamento. La sua sconfitta conferma il decisivo ruolo della borghesia bolivariana nel definire le sorti politiche dello stato. I militari e le élites sostengono ancora Maduro anche se emerge una sempre più crescente disaffezione nei suoi confronti. A erodere il consenso popolare del presidente sono soprattutto le sue chiare convinzioni autoritarie e borghesi, molto lontane da quelle chaviste di inizio mandato. Sintomo di un malessere diffuso è stata la decisione di un insieme di forze chaviste, raccolte nell’Alternativa Popular Revolucionaria, di presentarsi come partito politico alle elezioni di dicembre, rompendo così l’unità del fronte bolivariano. La recente approvazione della Ley Antibloqueo da parte dell’Assemblea Nazionale Costituente come risposta alle illegali sanzioni americane ha suscitato parecchie critiche, dando il via alla liquidazione delle risorse del paese, alla privatizzazione delle imprese statali, alla cessione dell’industria petrolifera al capitale transnazionale e alla concentrazione del potere nell’esecutivo. Gli sviluppi politici fanno da sfondo però ad una crisi più profonda che ha toccato il suo culmine proprio nel 2020. Il Venezuela ha visto il 65% del suo patrimonio privato evaporare negli ultimi sette anni. Le grandi riserve di petrolio e di gas sono saldamente sotto il controllo di militari o di multinazionali straniere. Le aree minerarie come l’Arco dell’Orinoco sono il fortino di vari gruppi criminali, molti dei quali legati a bande interne delle Forze armate venezuelane, che gestiscono il contrabbando del materiale estratto. Sono svanite anche le riserve auree. Non è possibile vivere in Venezuela pagando con la moneta nazionale, il Bolívar. C’è una dollarizzazione di fatto che permette di vivere solo a chi ha disposizione delle rimesse esterne di dollari. I beni di prima necessità si trovano solo al mercato nero e a prezzi gonfiati. A Caracas gli ospedali sono sprovvisti di garze e siringhe, hanno black out continui con gravi conseguenze sulle urgenze. Le scuole sono aperte ma gli insegnanti spariscono da un giorno all’altro in cerca di un lavoro meglio retribuito. Tutti in fuga, chi può se ne va e chi non può cerca la via meno cara per l’accesso ai beni di prima necessità. Il Venezuela esce da un 2020 molto duro, segnato da continui tentativi di destabilizzazione e golpe fomentati da paesi “canaglia” come USA e Colombia. Il 2021 sarà per Maduro l’anno della svolta per suggellare l’obiettivo fondamentale del processo di cambiamento e la suprema felicità sociale. Nel bicentario della Batalla de Carabobo, combattuta nel 1821 dal libertador Bolívar contro gli occupanti spagnoli, il recupero dei valori, dell’indipendenza, della sovranità popolare è una priorità imprescindibile per definire il futuro di Maduro e dello stato venezuelano.

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