Gli Stati Uniti ed il mito della democrazia

Da sempre il marchio di fabbrica della superpotenza, quest’ anno il sistema democratico statunitense ha mostrato tutte le sue falle. Finalmente!

di Lorenzo Rezzonico

A dispetto di uno dei miti fondanti dell’aura mistica americana, quello della “democrazia più vecchia di sempre”, il sistema elettorale statunitense è tutto fuorché un esempio di uguaglianza, pari opportunità, trasparenza. D’altronde, forse, basterebbe dare una rapida e neanche troppo attenta lettura alla Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 ed alla Costituzione del 1787 per accorgersi di una limpida realtà: il termine ed il concetto di “democrazia” sono totalmente assenti. Certamente si pone grande enfasi sulle libertà ed i diritti individuali, soprattutto nei confronti dello stato (“big goverment”), ma nessun termine fa riferimento a ciò che noi occidentali, soprattutto a latitudini nostrane, riconosciamo essere il più grande elemento da invidiare ai nostri amici d’Oltreoceano: la naturale indole democratica.

Come ormai dovrebbe essere arcinoto a tutti, negli Stati Uniti il diritto di voto non è automatico: ogni cittadino nelle potenzialità di esercitare tale prerogativa deve recarsi fisicamente presso gli uffici elettorali per ottenere la propria registrazione alle liste, atto imprescindibile per esprimere il proprio parere alle urne; inoltre, le elezioni presidenziali si tengono da sempre il martedì, e chiaramente ciò non è casuale: all’epoca dei Padri Fondatori, il secondo giorno della settimana era il giorno del mercato: chiaro l’intento di porre un primo, forte diaframma tra il popolo e la politica, arte a cui una nazione aspirante all’egemonia mondiale non può permettersi di dedicarsi a fondo. Un altro punto ormai chiaro alla maggior parte del grande pubblico è la natura delle elezioni presidenziali, che sono indirette e non dirette: di conseguenza, i cittadini non votano per il candidato preferito, ma per un gruppo di misteriosi individui (“grandi elettori”) che dovranno poi, a loro volta, eleggere il Presidente. Ecco il secondo diaframma interposto tra i cittadini ed il potere, voluto dai Padri per correggere eventuali scelte scellerate della popolazione, e soprattutto non farla sentire direttamente investita di un potere così grande. Per venire al voto di lunedì, il processo è semi-clandestino: i cosiddetti grandi elettori sono funzionari di partito, burocrati vari che si riuniscono votando con procedure sconosciute e che solo raramente sono trasmesse in diretta. Infine, la grande ironia del vincitore annunciato dai grandi network e testate giornalistiche: un’usanza nata nel 19esimo secolo per sopperire alla farraginosità di un sistema elettorale arcaico che si espleta in quasi tre mesi attraverso innumerevoli scadenze.

Tutti gli elementi appena elencati ci dovrebbero accompagnare ad una semplice conclusione: la democrazia non è di casa negli Stati Uniti. Anzi, essa è stata da sempre osteggiata e vista con timore fin dagli albori dell’Unione. Una parola introvabile nelle carte sacre statunitensi e che, però, continua ad essere abusata fino al punto di volerla esportare a migliaia di chilometri di distanza. In realtà, il vero intento dei Padri Fondatori americani era quello di allontanare le persone comuni dalle stanze del potere, l’idea quella che la gente comune fosse troppo incapace per avere voce in capitolo in questioni politiche, dovendosi concentrare sul costruire una superpotenza duratura nei secoli. Obiettivo sicuramente raggiunto. Ma se il 2020 è stato descritto come l’anno che ha accelerato situazioni già esistenti, allora gli americani non si possono più nascondere: queste elezioni, ed in particolare le improbabili trovate di Trump per reclamare brogli, hanno un grande merito: aver smascherato un mito democratico tutto Made in USA, il quale dovrebbe essere trattato con più cautela anche da noi province imperiali.

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