Un anno di pandemia

365 giorni fa, l’allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, annunciava il primo lockdown nazionale

di Luca Saibene

Inizio febbraio 2020. I telegiornali iniziano a parlare sempre più spesso di una malattia altamente contagiosa che nella provincia di Wuhan ha costretto milioni di persone a chiudersi in casa. Niente di preoccupante, la Cina è lontana migliaia di chilometri, non ci riguarda.

21 febbraio. Viene annunciato il primo paziente positivo al Coronavirus in Italia. E qui la situazione cambia: l’Italia inizia ad accorgersi che non si tratta di una semplice influenza. Scattano le prime “zone rosse”, cominciano a chiudere le scuole e le università, si ferma lo sport, si invita la popolazione a non frequentare i luoghi affollati. Inizia la corsa alle scorte ed i supermercati si svuotano. Il governo chiude la Lombardia. Migliaia di persone per evitare di rimanere bloccati al nord partono verso i luoghi di origine, nel sud, affollando treni e stazioni.

In questo periodo, sul celebre Pirellone di Milano – sede del Consiglio regionale della Lombardia – compare un appello ai cittadini italiani: “State a casa”

Il 9 marzo il Presidente del Consiglio annuncia in diretta TV che tutta Italia è in lockdown. La maggior parte degli italiani neanche sa cosa significhi questa parola, ma non c’è bisogno di cercarlo su Google, è fin troppo chiaro. Le immagini delle nostre città vuote fanno il giro del mondo, così come i numeri dei morti e dei contagi. Gli italiani sembrano riscoprirsi tali e con orgoglio iniziamo a cantare l’inno dai balconi, con tanto di tricolore esposto. Il mondo ci guarda e vari monumenti sparsi per il globo si colorano di verde, bianco e rosso.

A Napoli, così come in tutta Italia, le persone cantano dalle finestre l’inno nazionale o le canzoni simbolo di un Paese intero

L’11 marzo l’OMS dichiara ufficialmente lo stato di pandemia. Da lì in poi tutte le nostre abitudini sarebbero cambiate. In poche settimane, abbiamo dovuto imparare a rispettare le nuove regole e ad indossare sempre le mascherine. Ci siamo abituati ad aspettare il nostro turno in fila fuori dai negozi e a vedere le nostre città completamente deserte, i bar e i ristoranti chiusi, le stazioni vuote. Le autocertificazioni e lo slogan “restate a casa”. Il triste rituale quotidiano del “bollettino” della protezione civile alle 18 e le dirette di Conte. Abbiamo visto, non senza commuoverci, Cuba e l’Albania inviarci dottori ed infermieri. Abbiamo chiamato eroi i nostri medici, costretti a lavorare fino a 14 ore al giorno. Abbiamo trasferito online tutte le nostre attività ed attraverso uno schermo abbiamo trovato nuovi modi di stare vicino ai nostri cari. Ma questo era ancora solo l’inizio. Abbiamo dovuto vedere una fila di mezzi militari trasportare al cimitero di Borgo Panigale le salme dei morti di Bergamo, immagini che difficilmente dimenticheremo. Marzo è stato il mese più drammatico. Ad inizio aprile la curva dei contagi inizia, lentamente, a scendere, e si registra un calo del numero dei pazienti ricoverati in terapia intensiva.

25 aprile, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da solo, rende omaggio ai caduti all’Altare della Patria

Il 4 maggio scatta la “fase due”, con una graduale riapertura del Paese. Progressivamente riaprono aziende, bar e ristoranti; è possibile uscire dal proprio comune ed incontrare persone al di fuori del nucleo familiare.

L’11 giugno passiamo alla “fase tre”: cadono molte restrizioni come l’utilizzo delle mascherine all’aperto, arriva l’app immuni, il distanziamento sociale e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale diventano la nuova normalità degli italiani. L’arrivo dell’estate ci illude di aver sconfitto definitivamente il virus; purtroppo, si tratta semplicemente di una tregua estiva.

Spiaggia di San Teodoro (Sardegna) a luglio

A ottobre la curva dei contagi torna a salire ed esplode la seconda ondata. Questa volta però niente bandiere a canzoni dai balconi. Niente “andrà tutto bene” e “ce la faremo”. Gli italiani sono stanchi, non ne possono più di chiusure e restrizioni. La paura e la resilienza dei primi mesi lasciano il posto alla rabbia e allo sconforto. In varie città scoppiano proteste e deve intervenire la polizia. Nel frattempo, i medici e gli infermieri cercano di sensibilizzare la popolazione sull’importanza delle misure contro il virus raccontando i turni di lavoro massacranti e la pressione insostenibile che grava sugli ospedali.

Un infermiere stremato in un reparto Covid

Mentre Francia e Germania dichiarano nuovi lockdown, il 4 novembre arriva un nuovo DPCM, che divide l’Italia in tre zone di rischio, ciascuna con misure diverse, a seconda della gravità della situazione. Arrivano però anche gli annunci di due vaccini, Pfizer e Moderna, la cui efficacia si è dimostrata molto elevata.

Il 18 dicembre viene approvato un decreto che prevede una serie di misure per limitare il contagio durante le festività natalizie. Si intuisce che il Natale 2020 sarebbe stato diverso dal solito, per molti italiani lontano dai propri cari.

Milano deserta la Vigilia di Natale

Nonostante la diffusione di diverse varianti, tra cui quella inglese e brasiliana, la speranza arriva dalla ricerca scientifica, che è stata in grado di sviluppare in tempi record dei vaccini efficaci. Così, il 27 dicembre ha simbolicamente inizio in tutta Europa la campagna vaccinale. I primi mesi del 2021 sono caratterizzati dalla diffusione delle varianti, ma anche dal lento procedere delle somministrazioni dei vaccini, oltre che da una crisi di governo poco comprensibile. Il numero delle vittime ha ormai superato quota cento mila e la luce in fondo al tunnel è ancora lontana. Lontana ma pur sempre visibile. Cosa ci aspetta ora? Da un anno a questa parte la risposta è sempre la stessa: non si sa. Sicuramente, per quanto sia difficile, dovremo resistere ancora un po’. Ovviamente, da buoni italiani, non senza lamentele e proteste – in buona parte più che legittime.

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