Tra pandemia e futuro. Quali aspettative?

Un’altra possibilità per un Paese conservatore e molto poco coraggioso

di Pasquale Zaccaro

È come un corpo estraneo conficcato tra gli anelli dentati di un ingranaggio. Un qualcosa di piccolissimo che ha fermato il funzionamento, già abbastanza relativo, della macchina. Tanto piccolo, tanto infimo. Per colpa sua (del virus) abbiamo chiuso le attività economiche. Abbiamo chiuso la Cultura ed il Sapere. Abbiamo devastato l’economia. Abbiamo pianto i morti. Abbiamo, altresì, disatteso gli unici appelli che avessero un senso, sin dall’inverno del 2020. L’appello su ristori adeguati e rapidi in conseguenza alle chiusure. Nulla. L’appello per l’erogazione rapida della cassa integrazione. Nulla. Ritardi vergognosi.

È stato chiesto alle attività economiche di adeguarsi alle norme anti Covid per poter ripartire. Nulla. Finita la “mangiatoia” dei plexiglass, disattesa la promessa di poter riaprire. Sono stati distribuiti bonus a pioggia sperperando denaro pubblico. Abbiamo riflettuto (non troppo) e deciso (male) sulle chiusure degli esercizi, perché si pensava e si pensa che il lassismo nei comportamenti avrebbe portato al calo del livello di attenzione. Basterebbe effettuare dei controlli anziché avere mille, patetiche regole, puntualmente eluse o ignorate. L’economia è vita reale. L’economia è il pane sulla tavola. In questo scempio, tra pandemia e mancanza di attributi da parte di chi governava o di chi governa attualmente (vedremo), quali nuove opportunità pensiamo di poter offrire a chi è rimasto ed a chi rimarrà senza un lavoro? In particolare, pensiamo a chi ha raggiunto un’età anagrafica che lascia poco spazio alle opportunità professionali.

Quale rivoluzione sociale, produttiva, economica dobbiamo aspettarci da un Paese che, ad oggi, non sta neanche vaccinando h24, sette giorni su sette? Quale reazione dobbiamo aspettarci da un Paese che chiude le scuole senza neanche provare ad attuare strategie alternative, come le presenze ridotte? E glissiamo sulla figuraccia dei banchi a rotelle. Non c’è cosa più ridicola e inutile. Le risposte a tutto ciò potrebbero essere le solite, come la burocrazia vessatoria e l’incompetenza. Purtroppo, però, c’è di più. Ci sono tutti quegli interessi particolari, personali, che creano veti e barricate a tutela soltanto di determinate categorie od a mera tutela personale.

Sono decenni, oramai, che si sente parlare di etica, di moralità, di senso civico, di senso del dovere, di spirito di sacrificio, di coraggio, di cambiamento, di sguardo rivolto al futuro, di voglia di mettersi in gioco e di rischiare un po’. Se avessimo aggiunto all’ingranaggio buona parte di quanto appena elencato, oggi avremmo avuto un approccio, un piglio, differente, anche nel fronteggiare la pandemia. Per cui no, non ci ha bloccati il virus. Non è colpa del virus. Esso ci ha soltanto colpiti come un pugile, sul ring, colpisce un avversario che ha smesso di combattere e che tiene la guardia bassa. Nonostante l’atteggiamento snervante di un Paese che ha avuto tanto senza impegnarsi a migliorare e ad evolversi, oggi abbiamo sul tavolo l’ennesima opportunità a disposizione. Due anni per esaltare le migliori qualità di cui disponiamo. Due anni per cassare e ripensare varie cose. Dobbiamo, almeno, gettare le fondamenta. Per cambiare davvero ci vogliono tempo e forza di volontà. Il sistema di società di cui facciamo parte è lo stesso in cui creiamo rapporti, lavoro, comunità. Per cui non ci resta che metterci il cuore. Ognuno nel proprio piccolo. Con le proprie competenze e le proprie passioni. Magari, un giorno più o meno lontano, chi ama sognare e ci mette cuore e testa, avrà delle soddisfazioni. E non soddisfazioni esclusivamente personali.

“C’è un’immagine che porto, sempre, nella mia mente ed alla quale ripenso ogni volta che mi focalizzo su un concetto: è l’immagine del nostro pianeta con tutte le sue meraviglie. La uso come metafora del pensiero, che parte da un concetto, senza, mai, perdere di vista tutto il resto”

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