Rinascita Scott: il processo di tutti

di Rosy Falcone

Dopo cinque anni di indagini dei Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) con il coordinamento della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro, il 19 dicembre 2019 il mondo si risveglia con la notizia di un “terremoto giudiziario”: vengono arrestate 334 persone in Italia e all’estero per un totale di 416 indagati. La consapevolezza di aver colpito duramente una buona parte delle locali di ‘ndrangheta presenti sul territorio, venne sostituita da diversi eventi tali per cui l’attenzione sul naturale prosieguo delle indagini calò. Situazioni politiche complesse, scandali nella magistratura e l’attuale crisi sanitaria hanno fatto sì che il processo restasse uno sfondo rispetto ad altre notizie. Solo nel giugno 2020 si ricominciò a parlarne a causa di un problema logistico: in Calabria non vi erano aule adatte per contenere tutti gli imputati e i loro avvocati. Era ed è importante celebrare un processo di queste dimensioni nella regione in cui sono avvenuti i reati perché questo rappresenta la presenza delle istituzioni e la possibilità di far nascere nei cittadini la speranza e la fiducia nella giustizia. Per questo motivo le richieste al ministero della Giustizia per una struttura adeguata sono iniziate già nel 2019 e, soltanto nel luglio del 2020 l’allora Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, firmò un protocollo d’intese per l’utilizzo di un immobile a Lamezia Terme: un ex call center in disuso di circa 3.300 metri quadri. La pandemia non è riuscita a fermare i lavori di ristrutturazione e il 13 gennaio 2021 vi è stata la prima udienza dibattimentale. Il processo però ha da subito avuto dei limiti: il presidente del collegio giudicante Tiziana Macrì aveva vietato riprese e immagini. Inoltre, nonostante l’udienza fosse pubblica, per esigenze riguardanti il distanziamento sociale l’accesso non è stato consentito a tutti i giornalisti. Dopo due mesi di polemiche, il 13 marzo il Tribunale di Vibo Valentia rilascia le autorizzazioni per le riprese audio-visive del maxi-processo in atto. Nella motivazione del provvedimento si sottolinea come ci sia un interesse sociale alla conoscenza dei fatti che saranno esaminati. Nonostante ciò, vi sono dei confini da rispettare come quella delle riprese a mezzo di telecamere fisse, il divieto di diffusione prima della lettura della sentenza e il permesso della divulgazione di immagini e brevi video senza audio solo per servizi di cronaca giudiziaria.

Dopo anni di lavoro è giusto che questo processo abbia la sua rilevanza mediatica: si parla di ‘ndrangheta ovvero di un’organizzazione criminale che secondo stime approssimative fatte nel 2007 ha un giro d’affari di più di 43 milioni di euro; gli imputati sono politici, braccianti agricoli (almeno agli atti), avvocati, massoni, imprenditori. Non bisogna spegnere la luce della verità e far finta di niente: su 224 parti offese citate solo 46 si sono costituite come parte civile, segnale come siano ancora temute alcune organizzazioni sul territorio. Ognuno di noi ha il diritto, da cittadino, di essere informato su ciò che viene discusso a Lamezia Terme perché non si tratta “del processo di” ma di episodi di illegalità che hanno coinvolto un’intera società. Le riprese consentiranno di avere una traccia concreta ed immutabile, un grandissimo archivio documentale, una memoria piena e completa di un vero e proprio traguardo storico e sociale del nostro paese.

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