Sull’informazione, quella sconosciuta

Giornali, telegiornali, trasmissioni radio, talk show: il decadimento culturale del Paese è sotto i nostri occhi o entra nelle nostre orecchie ogni giorno, e non accenna a fermarsi

di Lorenzo Rezzonico

Il 21 febbraio 2020 ci si accorse, per la prima volta, che uno strano e sconosciuto virus si aggirava per l’Italia, una scoperta evidentemente tardiva. Nessuno, all’epoca, sarebbe stato in grado di prevedere sviluppi, conseguenze, implicazioni di quell’agente patogeno arrivato da Oriente. Tra le più gravi, costituite da notizie di morti e contagi quotidiani, famiglie distrutte e tensione sociale alle stelle, una in particolare si distingue tutt’oggi con una certa: il ruolo dei media e dell’informazione in questo Paese.  Un ruolo fondamentale, pervasivo, dalle responsabilità enormi, tanto più in un periodo in cui ci troviamo tutti uniti nella stessa situazione e sentiamo tutti il medesimo bisogno di essere informati, tranquillizzati, istruiti su un fenomeno sconosciuto alla quasi totalità dei 60 milioni di cittadini. Tranne a quel manipolo di esperti che è assurto a dominatore assoluto della scena mediatica italiana da un anno a questa parte. E qui si arriva al primo problema.

Virologi e medici, presenti da oltre un anno in tutte le trasmissioni televisive di informazione

Fin dai primissimi giorni dell’epidemia, rispettatissimi virologi ed esperti medici si sono alternati su una miriade di programmi di approfondimento ed informazione, fornendo le proprie conoscenze per analizzare le pieghe dello sviluppo epidemico ed istruire gli ignoranti cittadini. Dinamica utilissima e accolta quasi come un’ancora di salvezza nei mesi più duri del lockdown ad inizio 2020. Esperimento, tuttavia, deflagrato a pura demagogia e scadente teatrino in poco tempo, fin dai primi giorni della riapertura, quando gli italiani furono finalmente liberi di varcare la soglia di casa per godersi un minimo di stagione estiva; ecco che voci discordanti, annunci liberatori o al contrario funesti cominciarono ad entrare nelle case di tutti noi. Così che ad ottobre, all’inizio dello scoppio della seconda ondata, i contagi vennero attributi alle libertà di agosto, ben due mesi prima, senza alcun tipo di contraddittorio, senza nessuna voce levatasi nel chiedere: ma come fanno i contagi di ottobre ad essere quelli di agosto? Ed i potenti giornalisti, responsabili di dare un megafono a queste persone, come reagirono? Continuando ad inseguire queste voci, ad alzare i toni al fine di aumentare lo share: ad oggi, la situazione è drammatica, con semplici cittadini italiani, di cui nessuno era a conoscenza dell’esistenza appena un anno fa, che ormai inseguono logiche di profitto personale, di consenso popolare come neanche i più sfrontati politici in campagna elettorale. Ed i cittadini hanno creato delle vere e proprie fazioni da stadio. Un dibattito che ormai ha inquinato irrimediabilmente il dibattito pubblico, sostenuto dolosamente da coloro i quali, per obbligo professionale, dovrebbero evitare tutto ciò e fornire supporto e sicurezza a noi cittadini.

Ma veniamo ai giorni nostri, con l’indecoroso e ridicolo teatrino AstraZeneca. Viviamo in un Paese con una delle più alte percentuali di no-vax al mondo (intendiamoci: ognuno è legittimato ad avere le proprie idee, e proprio alla luce di questo il tema dei no-vax dovrebbe essere affrontato con molta meno superficialità nel nostro Paese), in un momento in cui i vaccini potrebbero sensibilmente migliorare la situazione.

Una signora anziana, mentre riceve la dose del vaccino

E qui si arriva al primo nodo della questione: i vaccini possono migliorare la situazione, non eliminare completamente la malattia: cosa che ormai ci viene detta da più studi scientifici, i quali indicano come la COVID-19 diventerà una malattia endemica, con cui ciclicamente dovremo avere a che fare, come con i diversi ceppi di influenza che ogni anno fanno la loro comparsa nella stagione fredda; nulla di tutto ciò è minimamente toccato dai discorsi giornalistici, i quali, di conseguenza, trattano il vaccino come un elisir di salvezza, trasformando ogni notizia in uno scoop, in una breaking news da trattare con approccio religioso, divino: dal primo convoglio di Pfizer-BioNTtech arrivato in Italia, ad interviste strappalacrime ad anziani/e signori/e che ricevono il vaccino, fino alla diatriba sulle presunte trombosi causate dal vaccino anglo-svedese: timori respinti al mittente da qualsiasi istituzione sanitaria (OMS, EMA, AIFA: tutte hanno dichiarato che il numero di presunte trombosi sia lo stesso che sarebbe rilevato nella popolazione in mancanza di vaccini, e quindi in una situazione normale, se non più basso), eppure trattati con un tono mediatico esagerato, un’enfasi catastrofica e fatalista che altro non hanno fatto che diffondere terrorismo tra le persone, soprattutto tra quelle più scettiche nei confronti dei vaccini; proprio nelle ultime ore è emerso come la decisione sia stata puramente politica, assunta di comune accordo da governi di diversi Paesi europei, probabilmente con l’intento di legittimare, una volta per tutte, il vaccino AstraZeneca agli occhi dell’opinione pubblica. Operazione rischiosa, che avrebbe richiesto una grande sensibilità dal mondo dell’informazione: missione fallita, chiarezza inesistente e popolazione sempre più smarrita. Punto di non ritorno.

In questi giorni, è mai apparso, davanti agli schermi, un politico che abbia spiegato con chiarezza le motivazioni della decisione, i dati che sono stati analizzati per prenderla e l’obiettivo che si voleva raggiungere con essa? No, e soprattutto, non sono mai stati costretti o chiamati a farlo da coloro che avrebbero l’obbligo di rendere il potere trasparente davanti all’opinione pubblica. Come sempre, un intero settore asservito alle logiche del potere (la scrupolosa attenzione su qualsiasi gossip politico durante la recente crisi lo dimostra con molta chiarezza).

In un Paese con una delle più basse percentuali di laureati in Europa, con una delle classi politiche più ridicole di sempre e con evidenti tensioni sociali acuite dalla pandemia, il ruolo degli addetti all’informazione diventa cruciale, più di qualsiasi altro, al pari dell’istruzione nelle scuole (e non davanti ad uno schermo di un computer, ndr): giornalisti ed addetti ai lavori devono essere il punto di congiunzione con la società più ampia, responsabili di filtrare le informazioni e di convogliarle in un dibattito pubblico che sia sano, non violento e privo di interessi personali o corporativi. Vellicare i sentimenti più profondi degli esseri umani può sicuramente portare benefici dal punto di vista degli ascolti televisivi, ed avere rapporti di subordine con il potere politico piò offrire innumerevoli vantaggi ma non fa servizio pubblico: urge una chiamata alla responsabilità di un intero ordine professionale, che ha smarrito la consapevolezza della sua centralità nella società italiana, e non sembra interessato a riscoprirla. O probabilmente, al contrario, ben consapevole del suo ruolo, ne abusa in maniera dolosa.

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