Missing in Paraguay, la scomparsa delle sorelle Villalba scuote il paese

La vicenda conferma il dominio del tasso di impunità e rimanda ai tempi bui di Stroessner

di Domenico Barbato

Nelle cronache latinoamericane c’è uno stato di cui nessuno parla, è il Paraguay. Un piccolo stato di quasi 7 milioni di abitanti dove non succede mai nulla di importante. Il paese nel quale abitano ancora i Guaranì, una popolazione indigena quasi scomparsa altrove, è finito di diritto su tutti i TG internazionali, quando il 7 marzo 2020 Ronaldinho ha varcato le porte del Cárcel Agrupación Especializada de Asunciòn, per aver falsificato dei passaporti.

Dinho è stato accolto dai carcerati come Pablo Escobar con tanto di partitella all’interno della struttura sullo stile di quelle della Catedral. La permanenza della star carioca e di suo fratello, durata 171 giorni, si è poi conclusa con la libertà condizionata al pagamento di una multa di 200 mila dollari. L’attenzione mediatica sul sempre sorridente inventore dello “Joga Bonito” ha distratto l’opinione pubblica internazionale dai numerosi problemi interni.

L’inquinamento della laguna di Cerro, a 30 km da Asunciòn, diventata viola a causa degli scarichi, ha sottolineato l’emergenza ambientale paraguaiana, celando però le oscure manovre militari in atto nel paese. In un raid di frontiera effettuato a settembre da esercito e polizia contro il gruppo guerrigliero di ispirazione maoista Epp (Esercito del Popolo Paraguayano), che da gli anni 90’ si batte insieme al partito Patria Libre contro il governo del Partido Colorado, sono morte due minorenni.

Nella versione ufficiale riportata alla stampa queste sarebbero state uccise perché guerrigliere, ignorando completamente la loro nazionalità argentina e il vero motivo della loro presenza. Le bambine originarie di Misiones erano infatti al campo per far visita ai propri parenti, membri effettivi dell’Epp, quando sono rimaste vittime nell’imboscata. Il successo dell’operazione confermato a gran voce dal presidente Mario Abdo Benítez, si è progressivamente trasformato in una crisi internazionale.

Miriam Villalba, madre delle bambine uccise, ha immediatamente accusato di complicità il governo paraguaiano, reo secondo lei di aver occultato le prove che dimostrerebbero la sua colpevolezza. L’Epp ha reagito, sequestrando l’ex vicepresidente del Paraguay durante l’era Franco, Óscar Denis Sánchez ed un collaboratore. I sequestri con fine estorsivo sono il modus operandi del gruppo, ribattezzato in più occasioni “industria del sequestro”. Un nickname guadagnato già nel 2001 ai tempi del primo rapimento, quello di María Edith Bordón de Debernardi, moglie di un noto  imprenditore statale.  Sulla sorte occorsa a Sánchez tutto tace. Mentre le operazioni congiunte di polizia ed esercito proseguono, tra l’opinione pubblica locale prende sempre più corpo l’idea di una sua possibile uccisione.

Il processo volto a chiarire le circostanze in cui in quel tragico 2 settembre hanno perso la vita Carmen e Laura Villalba stenta ad iniziare, bloccato dall’ostruzionismo di un governo che continua a mantenere vivi i suoi legami con il periodo Stroessner. L’attuale presidente Mario Abdo Benítez è infatti il figlio del segretario privato del dittatore che ha governato per 36 anni il paese. La presentazione nel 2016 dell’Informe “Por la Memoria, Informe, Justicia” che ha condannato le violenze subite da 20.098 persone durante il governo dell’ “Ultimo supremo” sembra dimenticata. Nel Paraguay di oggi proseguono le violenze ingiustificate e la maggior parte delle vittime sono bambine. I loro genitori hanno lanciato la campagna “Eran Niñas”, manifestando ogni 2 del mese il proprio dissenso verso una polizia ed un esercito poco propensi a fare sconti. L’impunità regna sovrana in uno stato che sembra il Cile uscito dalle scene del film “Missing” di Costa-Gravas. La speranza è quella di non ascoltare più la stessa triste musica che ha distrutto il paese così a lungo.

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