Sparatorie negli Usa: una normalità ben poco normale

Negli Stati Uniti la follia omicida è all’ordine del giorno e le stragi di massa con armi da fuoco sono addirittura aumentate durante l’ultimo anno. Negli ultimi giorni qualcosa sembra muoversi, anche se il raggiungimento di obiettivi che riguardino le restrizioni sull’uso delle armi è sempre molto lontano

di Luca Saibene

Guardando i vari telegiornali, tra una notizia e l’altra, senza neanche fare ormai troppo rumore, ogni tanto si sente parlare di una sparatoria negli Stati Uniti. L’ultima in ordine di tempo è quella del 22 marzo in Colorado, in cui hanno perso la vita 10 persone, tra cui un poliziotto. A seguire, come da rito, bandiere a mezz’asta, Biden che definisce l’agente ucciso “un eroe americano” e qualche timida protesta. Tuttavia, se digitassimo su un qualsiasi motore di ricerca “sparatorie USA” scopriremmo che praticamente ogni giorno ne avviene una, che sia in una grande città del Texas o in uno sperduto villaggio del Wyoming. Insomma, le stragi di massa con armi da fuoco (sparatorie in cui muoiono almeno tre persone escluso l’autore) sono all’ordine del giorno negli Stati Uniti. Letteralmente. Non è una sensazione, ma sono i numeri a dirlo: nel 2016 ce ne sono state 379, 346 nel 2017, 417 nel 2019 per raggiungere il massimo nell’anno della pandemia, il 2020, con 578. Negli Stati Uniti trovano la morte in media 106 persone al giorno a causa di un proiettile, di cui 8 sono bambini o ragazzi sotto i 19 anni.

Negli ultimi anni si è assistito ad un’ondata di leggi dei singoli Stati volte a concedere con sempre maggiore generosità ai propri cittadini la possibilità di girare armati, a volte addirittura senza necessità di un porto d’armi o di superare basilari test di sicurezza. In almeno venti Stati è inoltre consentito di ottenere il porto d’armi anche a pregiudicati per reati violenti, e in molti altri le cosiddette “open carry laws” consentono di andare in giro tenendo in bella mostra pistole o fucili d’assalto nei ristoranti, nelle biblioteche, nelle chiese o nelle scuole. Così, sempre più spesso, può accadere che chi sta bevendo un caffè in un bar o leggendo un libro in biblioteca si trovi affiancato da un moderno cow-boy con una pistola nella fondina. Tutto questo è normale in un paese occidentale che si ritiene tra i più sviluppati al mondo? Fare un paragone con l’Europa sarebbe sbagliato, in quanto qui non esiste un diritto ad essere armati; per rispondere a questa domanda restiamo quindi in Nord America ma ci spostiamo un po’ più a nord, in Canada, paese anch’esso democratico e non troppo lontano dalla cultura statunitense in tema di armi da fuoco.

Lo scorso 19 aprile, in Nova Scotia (provincia orientale del Canada), ci fu la strage più grave nella storia del Paese: un uomo travestito da poliziotto uccise 21 persone con un fucile semi-automatico. Senza perdere tempo, il giorno seguente il primo ministro canadese, Justin Trudeau, in una conferenza di due minuti e mezzo, annunciò il divieto immediato di acquisto, vendita ed utilizzo di 1.500 modelli di armi d’assalto, tra cui il fucile semiautomatico AR-15 e altre armi spesso utilizzate in molte sparatorie di massa negli Stati Uniti. “I canadesi hanno bisogno di più di pensieri e preghiere”, disse Trudeau sottolineando che queste armi “sono state progettate per un solo ed unico scopo: uccidere il maggior numero di persone nel minor tempo possibile”. “Non c’è motivo, e non c’è posto, per tali armi in Canada”, aggiunse. Fin troppo chiaro. Una scelta radicale, giusta ed impopolare allo stesso tempo. Il risultato è però evidente: da quell’annuncio le stragi in Canada sono più che dimezzate (non erano comunque molte). Questo a sostegno della già nota tesi che nei Paesi in cui ci sono più armi da fuoco ci sono anche più morti dovute alle stesse.

Starete ora pensando che fare ciò negli Usa è impossibile, in quanto la cultura delle armi è profondamente radicata nella società americana ed il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America garantisce il diritto di possedere armi.

Non è così: qualcosa, se non molto, si può – e si deve – fare. Si potrebbe, ad esempio, interpretare il secondo emendamento in modo differente, in senso opposto a come ha sempre fatto ultimamente la Corte Suprema. Un buon punto di partenza potrebbe essere regolare le vendite aggiungendo restrizioni e limiti. Ed è proprio in questa direzione che vorrebbe andare Biden, il quale ha già chiesto al Congresso di approvare una nuova legge per rendere più difficile l’acquisto di armi, e di reintrodurre il divieto di vendere armi d’assalto (decaduto nel 2004). La Camera – dove i Democratici hanno la maggioranza – ha già approvato questo mese due progetti di legge sul tema. Le possibilità che questi due progetti di legge passino al Senato sembrano però al momento molto scarse a causa della forte opposizione del Partito Repubblicano e dell’influenza della potente lobby americana delle armi (NRA). Perché venga approvata una legge del genere, infatti, al Senato servono ben 60 voti su 100 ed è difficile che un partito solo abbia una maggioranza così ampia. In un breve discorso tenuto alla Casa Bianca, Biden ha detto che questa «non è e non dovrebbe essere una questione di parte: è una questione americana. Dobbiamo agire». Mi permetterei di aggiungere che è anche, e soprattutto, una questione di civiltà e buon senso.

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