Galeotta fu la sedia

Il deprecabile siparietto di Ankara fa emergere una realtà da sempre evidente: l’inesistenza totale dell’Unione Europea a livello geopolitico

di Lorenzo Rezzonico

È stata una Pasquetta nera per l’Unione Europea: ad Ankara, infatti, si è consumata l’ennesima umiliazione internazionale dinanzi ad un uomo forte, rappresentante di uno Stato e di un popolo che, a differenza degli Europei, è piantato con entrambi i piedi nella storia (per gli smemorati si ricordi, inoltre, la visita dell’alto rappresentante Josep Borrell in Russia). Tralasciando l’elemento sessista, molto importante nell’analizzare l’episodio ma che non è l’obiettivo di questo articolo, ciò che è accaduto tra il Presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ed il Presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan è la perfetta allegoria del rango internazionale della tecnocrazia europea, la rappresentazione plastica dell’incapacità degli organi europei di esprimere una posizione che sia tale. Ma soprattutto, è il trionfo del realismo, l’ennesimo colpo alle ingenue speranze riposte in un organismo che, semplicemente, non esiste.

Chiariamo subito i paletti: l’Unione Europea è un formidabile spazio economico, il mercato unico e l’unione doganale sono stati importantissimi passi che hanno sensibilmente migliorato le condizioni di vita materiali dei cittadini europei, e sicuramente, sotto questi punti di vista, è meglio essere dentro piuttosto che starne fuori. Ma il tutto si ferma qui: ad un forum di confronto che può raggiungere importanti risultati economici. Ma la geopolitica, il rango internazionale di un soggetto compiuto, è tutto fuorché definito dal suo livello di sviluppo economico: contano la gloria, la storia, la coesione nazionale, il perseguimento di un interesse nazionale, essere in grado di utilizzare la forza quando serve, o anche solo dichiararsi pronti al suo uso. L’Unione Europea non è nulla di tutto ciò: come si può pensare che un soggetto che raggruppa una serie di stati e popoli diversissimi tra loro, dalle storie, culture, modelli di vita e peculiarità così distanti possa giocare un ruolo sullo scacchiere internazionale? Il signor Erdogan rappresenta un popolo; il Professor Draghi, la signora Merkel e tutti gli altri leader europei fanno lo stesso. Ma la Commissione Europea è il governo di chi? Quali sono gli elementi che dovrebbero spingere a pensare che sia il rappresentante di più di 300 milioni di persone, e non una semplice accozzaglia di burocrati? All’orizzonte non se ne scorgono.

Queste potrebbero sembrare riflessioni astratte o staccate dalla realtà, ma la contingenza storica in cui viviamo ci illumina sul senso vitale delle suddette: i vaccini sono questione di vita o di morte, e quando queste sono in ballo, gli Stati che davvero sono interessati a fare le veci dei propri cittadini vengono a galla, piaccia o non piaccia. Regno Unito e Stati Uniti lo stanno a dimostrare, ma anche Israele, la Russia o la Cina, tutti Paesi molto avanti nelle rispettive campagne vaccinali o che non hanno alcun tipo di problema ad approvvigionarsi e dialogare con le case farmaceutiche. La Commissione Europea, che è il governo di nessuno e che sulla scena internazionale non rappresenta nessuno, ha dimostrato tutta la sua fallacia: con buona pace di coloro i quali credono nel mito di Big Pharma e di un mercato che può dominare l’elemento statuale, i soggetti più potenti ed influenti della terra, nel momento del bisogno, sono riusciti a piegare questo fantomatico mostro alle loro esigenze, senza molti clamori. Senza ridicoli ed imbarazzanti teatrini relative a contratti non rispettati e maltrattati da aziende che, molto semplicemente, davanti ad un interlocutore evanescente, poco credibile ed insignificante a livello internazionale si sentono legittimate a fare quello che vogliono. E poco contano gli appelli giuridici in tal senso: essi, infatti, altro non sono che la foglia di fico utilizzata da qualsiasi attore che sa di valere molto poco davanti agli altri, costretto ad appellarsi a clausole o articoli che davanti alla potenza, semplicemente, spariscono. Le relazioni tra stati funzionano così, piaccia o non piaccia.

In Italia questa consapevolezza è del tutto assente, e da ciò deriva il poco edificante teatrino per cui “L’Europa” sarebbe causa di tutti i male o di tutti i miracoli. L’Unione Europea è un’arena che non può andare oltre l’elemento prettamente economico, ed in cui le principali potenze utilizzano la stessa come mezzo per ottenere i propri fini: tedeschi e francesi lo hanno capito già da tempo, e sarebbe bene per il nostro Paese imparare dalle scene che tutti abbiamo visto. Senza avere paura di prendersi le sue responsabilità. Rimanendo saldamente nell’Unione Europea e nell’Euro, ma alle nostre condizioni (senza scadere in ingenui ed ideologici “sovranismi” o populismi). Perché questo è ciò che gli altri fanno, e l’unico modo per riguadagnare credito a livello internazionale. La sedia insegna. Piaccia o non piaccia.

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