Riforma dei concorsi pubblici: si tratta dell’ennesima occasione sprecata?

di Iacopo Fiorinelli

Pubblica amministrazione: verso quale riforma?

Come ampiamente pronosticabile, una delle partite più importanti che dovrà affrontare il Governo Draghi nel corso delle legislatura è quella di un’ampia riforma del pubblico impiego. Ad oggi l’Italia deve fare i conti con una macchina pubblica sempre più lenta ed inefficiente, la cui età media supera i 50 anni e le cui abilità digitali rasentano il ridicolo. I fondi derivanti dal Next Generation EU rappresentano in tal senso un’occasione irripetibile per investire nella digitalizzazione della PA e reclutare nel settore pubblico giovani preparati che possano dare nuova linfa alle amministrazioni centrali e decentrate dello Stato. Questo sarebbe dovuto essere l’obiettivo della riforma dei concorsi pubblici promossa dal Ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta. Il testo dell’art. 10 del D.L. 44/2021, però, lascia più di una perplessità.

Cosa prevede la norma

Per accelerare lo svolgimento dei concorsi pubblici e ripartire velocemente con le assunzioni nella Pubblica amministrazione, il Ministro Brunetta ha inserito nel nuovo decreto Covid del 1° aprile scorso una norma di semplificazione del reclutamento di personale pubblico. Si tratta dell’art. 10 del D.L. 44/2021, che sembra aver spento in partenza l’entusiamo dei giovani. Il punto più controverso e dibattuto è quello della lettera c) del primo comma, che stabilisce che le Pubbliche amministrazioni possano prevedere“una fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali”. Come egregiamente spiegato dall’avvocato Sara Occhipinti, in sostanza, l’art 10 del D.L. 44/2021 introduce una fase preselettiva nei concorsi pubblici, per soli titoli, che può precludere, ad esempio, la partecipazione di un laureato allo svolgimento delle successive prove, qualora tutti gli altri candidati fossero in possesso non solo del titolo di laurea ma anche di un costoso master post-laurea o di un dottorato. Lo stesso vale ovviamente per chi fosse in possesso di un diploma, qualora tutti gli altri candidati fossero in possesso della laurea. Il titolo dunque, anche laddove non fosse richiesto per la qualifica del posto da ricoprire, finirebbe per prevalere sul merito. Ad essere penalizzati non sarebbero solo i non laureati e coloro i quali non possiedono un master o un dottorato, ma anche i candidati più giovani. Sempre la lettera c) dell’art. 10 stabilisce infatti che “i titoli e l’eventuale esperienza professionale, costituita dai titoli di servizio, possono concorrere alla formazione del punteggio finale.” Qualora un candidato avesse superato la preselezione per titoli e poi le prove scritte ed orali per merito, potrebbe comunque essere sorpassato da un candidato più anziano che ha già maturato esperienza professionale e che quindi avrà un punteggio maggiore. Questo significa che un giovane neolaureato, in attesa del primo posto di lavoro, sarebbe obbligato a raggiungere un punteggio molto più alto sia nelle prove scritte sia nelle prove orali per poter eguagliare il punteggio di un candidato più anziano, che vanta più esperienza professionale.

Il Ministro dell’Istruzione Renato Brunetta, autore della riforma dei concorsi pubblici

Cosa prevede la Costituzione

L’art. 10 del D.L. 44/2021 potrebbe causare numerosi ricorsi giudiziari e non è escluso che possa essere sottoposta al sindacato della Corte Costituzionale una questione di legittimità costituzionale della norma. Infatti, l’art. 51 della Costituzione, stabilisce che “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Inoltre, l’art. 97 della Costituzione al quarto comma prevede che “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi previsti dalla legge”. Nella sentenza n. 164/2000 il Giudice delle Leggi ha già chiarito che è necessario “coniugare le esigenze di rapidità e di imparzialità con quelle di efficienza: l’obiettivo non è quello di selezionare rapidamente in base a un qualsivoglia criterio oggettivo ma di selezionare in base a un ragionevole criterio di merito, che faccia emergere le effettive capacità dei candidati”. Proprio tale “ragionevole criterio di merito” sembra essere il vero elemento macante della riforma dei concorsi pubblici pensata dal Ministro Brunetta.

Le proteste

Alcuni tra gli aspiranti candidati ai concorsi pubblici si sono già organizzati nel “Comitato No riforma concorsi Pa” che conta oltre 5 mila membri. Numerose sono state le testimonianze e le manifestazioni di sostegno anche da parte di persone che già lavorano nel pubblico impiego e che hanno voluto mostrare la loro solidarietà al Comitato. Su Change.org, inoltre, è attiva la petizione “No alla riforma Brunetta” con più di 30 mila sottoscrittori.

Un giudizio

Stando ai proclami del Ministro della Pubblica Amministrazione, questa riforma è stata pensata per puntare sui giovani e rilanciare grazie al loro contributo la macchina amministrativa pubblica. Il testo della norma, però, tradisce in modo netto le aspettive. Le modalità di reclutamento dei dipendenti pubblici delineate dall’art. 10 del D.L. 144/2021 sembrano, al contrario, penalizzare proprio i giovani in cerca del primo lavoro e i neo laureati, ossia quelle persone che dovrebbero essere considerate le fondamenta del futuro del Paese. Un Paese che, al di là di promesse mai mantenute, non sembra avere nessuna intenzione di dare una chance alla sua “next generation“.

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