Il Regno disunito

Le recenti elezioni in Scozia potrebbero inaugurare una stagione nefasta per Londra, ormai in preda alle convulsioni interne al suo residuo imperiale

di Lorenzo Rezzonico

Negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale, l’Impero britannico raggiunse la sua estensione massima, sia in termini di territorio, che in termini di popolazione. Un soggetto che si estendeva sui cinque continenti, e che per buona parte degli ultimi tre secoli precedenti aveva dominato incontrastato il mondo (il vero declino di potenza cominciò nel 1914, inizio del primo tempo del suicidio europeo). Anche solo un rapido sguardo ad una cartina ci rende l’idea della grandezza dell’impresa, di come da varie tribù germaniche stanziate su un’isola piuttosto sperduta e sicuramente non affascinante sia invece scaturito un impero così centrale per l’ ”Occidente” di oggi.

Oggi, appunto: cosa è rimasto di tutto ciò? Dal punto di vista formale e legale rimane l’isola Gran Bretagna e una manciata di contee settentrionali di quella irlandese. Dal punto di vista folkloristico rimane il “Commonwealth”, tentativo di rievocazione di quella “Global Britain” oggi scomparsa ed irrecuperabile. Soprattutto, oggi le tensioni interne al residuo imperiale si fanno sempre più intense giorno dopo giorno, rendendo piuttosto semplice la previsione di anni di grande confusioni sull’altra sponda della Manica; Brexit, tentativo disperato da parte di Londra di concentrarsi su sé stessa e lasciar stare un “progetto Europeo” di cui mai è stata attore volenteroso, probabilmente non servirà a raggiungere l’obiettivo. Anzi: se, dopo la grave sconfitta nell’ultimo referendum sull’indipendenza del 2014, la leader dello Scottish Nationalist Party Nicola Sturgeon, nell’immediato post-elezioni (quelle del 6 maggio, in cui il suo partito ha mancato la maggioranza assoluta per un solo seggio) è tornata a chiedere a gran voce un nuovo referendum, lo si deve, in buona parte, al fatto che la Scozia intera, nel giugno 2016, votò per rimanere nell’Unione Europea. Da notare che la promessa alla base della concessione, da parte di Londra, del referendum del 2014 fu quella di considerare la tornata referendaria come occasione concessa una volta ogni generazione, se non di più: ma i giorni passano e la storia si evolve.

Per non parlare dell’Irlanda del Nord, la grande sacrificata sull’altare Brexit, abbandonata a sé stessa, divisa dalla sua madrepatria da un confine (!) ma, soprattutto, sempre più cattolica: negli Accordi del Venerdì Santo del 1998, fu inserita una clausola secondo la quale Belfast potesse richiedere un referendum per l’ unificazione se fosse la maggioranza della popolazione a volerlo: ad oggi, secondo le ultime rilevazioni, i cattolici sono destinati a superare i protestanti nel giro di pochi anni ( va detto che essere cattolico non equivale ad essere a favore della riunificazione, quindi la situazione è molto sfumata). In questo caso, a differenza della situazione scozzese, gli Stati Uniti, parente sentimentale del Regno, non starebbero a guardare: data la fondamentale importanza dell’emigrazione irlandese oltreoceano (da sempre rappresentata da elementi di spicco dell’establishment), la spinta a favore della riunificazione potrebbe essere decisiva. Si dice che in terra britannico il tempo atmosferico sia spesso deprimente: prepariamoci alla tempesta perfetta.

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