Indo-Pacifico: il futuro della politica internazionale

La notizia della settimana, e probabilmente una delle più significative dell’anno, è la nascita di AUKUS, acronimo di Australia, United Kingdom e United States, che ci indica chiaramente che l’Indo-Pacifico è dietro l’angolo

di Lorenzo Rezzonico

Già da qualche anno negli apparati profondi dello Stato americano (vera culla del potere a stelle e strisce) e nei laboratori strategici circola una particolare dizione: una crasi dei due principali teatri della geopolitica del 21esimo secolo: Oceano Indiano e Oceano Pacifico. Negli ultimi tempi tutto ciò è diventato sempre più evidente e pressante: prima il varo da parte del Presidente Biden di una fantomatica “alleanza delle democrazie”, nome in codice per comunicare agli alleati occidentali l’obbligo di inviare navi e forze militari nelle acque antistanti le coste cinesi e le isole ivi contese; poi l’annuncio di vari paesi europei e non solo dell’invio effettivo di questi contingenti, con la Germania che è riuscita a strappare un importante accordo su North Stream 2; infine, lo scorso 16 settembre, la nascita, annunciata in via telematica da Biden, il primo ministro britannico Boris Johnson ed il primo ministro australiano Scott Morrison, della nuova alleanza AUKUS, il cui punto focale sarà quello di dotare l’isola del pacifico di sottomarini a propulsione nucleare, la crema della tecnologia navale moderna ed aspetto che permetterà a Canberra di divenire il settimo paese al mondo di disporre di tale tecnologia (gli altri sono i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più l’India).

Quali sono state le immediate risposte a tale annuncio che, come già scritto nell’introduzione, altro non fa che illustrare alla luce del sole qualcosa che bolle in pentola da anni e che ormai è diventato realtà (qualcosa che, peraltro, anche i pochi attenti osservatori italiani dicono già da tempo)? La prima, e più rumorosa: il grande risentimento francese, che si è vista negare una golosa commessa da ben 60 miliardi di euro (circa) per la fornitura di 12 sottomarini a propulsione non nucleare all’Australia, come da contratto firmato da qualche anno. Dimostrazione che quando entra in campo la superpotenza, e lo fa con tutto il suo strapotere militare e di influenza, c’è poco da fare, e gli avvenimenti afghani passano subito in secondo piano: la via è preferire Washington. È notizia di qualche giorno fa la la decisione di Parigi di richiamare i propri ambasciatori negli Stati Uniti ed in Australia.

La seconda risposta è direttamente collegata alla prima, ed è decisamente più divertente, se non fosse anche incredibilmente tragica per la totale mancanza di aderenza alla realtà ed ai basilari dettami dei rapporti tra collettività da cui scaturisce: infatti, moltissimi osservatori e politici di primo piano si sono affrettati nel dichiarare come ormai non rinviabile ed assolutamente necessario un esercito europeo per garantire l’”autonomia strategica”. Ovviamente si sta parlando solamente di illusioni favolistiche, che provengono quasi sempre, tra le altre cose, da quell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, tale Josep Borrell, che solamente qualche mese fa veniva ridicolizzato in conferenza stampa dal Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Oltre al danno, però, non dimentichiamoci la beffa: proprio nelle stesse ore, l’Unione Europea varava un suo documento per una propria “strategia” dell’Indo-Pacifico e lo presentava durante una conferenza stampa in cui a Borrell sono state poste domande solamente in relazione all’accordo tra i tre paesi anglosassoni. Come è chiaro che sia e succede già da tempo, gli appelli per un tale esercito europeo arrivano dalla Francia, in assoluto la nazione europea che da sempre ha cercato di costruirsi una propria autonomia in tale campo ma che ormai da tempo ha perso il contatto con la situazione non rosea in cui versa e che quindi si nutre solamente di velleità costruite su basi di sabbia.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen

C’è molta attesa per il summit sulla difesa europea che Parigi organizzerà durante il suo semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula von Der Leyen durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione (definizione ironica che si goffamente scimmiotta ciò che accade tutti gli anni negli Stati Uniti d’America). In definitiva, gli avvenimenti accaduti negli ultimi giorni, ed i conseguenti annunci, ci segnalando degli snodi importanti: l’impossibilità assoluta della creazione di un esercito europeo e di qualsivoglia indipendenza strategica, in quanto qualsiasi forza armata agisce per nome di uno stato e, nel caso in cui questa sia multinazionale, ci sarà sempre una potenza dominante sulle altre al suo interno che detterà legge; l’impotenza dei Paesi europei (persino della potenza al suo interno militarmente più strutturata e con una profonda storia e valutazione di sé) di fronte agli Stati Uniti ed a ciò che sta avvenendo nel mondo, non riuscendo ad evitare brutte figure di fronte agli alleati; in definitiva, il destino che accoglierà le potenze europee prevede un dispiegamento massiccio di forze nell’Indo-Pacifico, come contenimento anti-cinese ruotante attorno a Formosa (Taiwan), a dispetto di qualsiasi scaramuccia che ci sarà durante il percorso, in quanto un rapporto tra alleati che altro non sono che Paesi satelliti degli USA totalmente dipendenti dagli ultimi per la loro sicurezza, altro non è che un rapporto in cui il patron detta legge e gli altri devono rispondere presenti. Ciò non toglie che un Paese come l’Italia possa giocare un ruolo rilevante in questo scenario: a patto che ci si renda conto del punto di partenza e della condizione di totale subordinazione in cui ci troviamo, evitando slanci fantasiosi in ambito europeo.

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