Amministrative: Enrico Letta esulta e fa bene, ma alle Politiche sarà tutta un’altra storia

Il Segretario PD è convinto di poter mettere su una larga coalizione, che vada da Conte a Calenda, ma la mission appare ai limite dell’impossibile

di Simone Gioia

Dopo quasi due anni vissuti dentro un’enorme bolla chiamata Pandemia, tra il 3 e il 4 di ottobre e lunedì scorso siamo tornati a respirare finalmente aria di Politica, aria di elezioni. I risultati finali delle sfide amministrative hanno ampiamente pronosticato quello che ci si poteva aspettare, ovvero una larga vittoria del centrosinistra nelle maggiori città (certo, perdere così a Torino e Roma sa di disfatta per il centrodestra). E, com’è giusto che sia, il Segretario del Partito Democratico si è intestato la vittoria (risultato che gli va riconosciuto), senza considerare il fatto che già si vociferava di possibili dimissioni di Letta in caso di pesante sconfitta (ammazza!).

Giorgia Meloni, Enrico Michetti e Matteo Salvini durante la campagna elettorale delle amministrative (Roma)

Un risultato netto – il primo della sua segreteria, tra l’altro – che non lascia spazio ad interpretazioni: i candidati messi in campo da Meloni e Salvini (Michetti da Fratelli d’Italia e Damilano-Bernardo dalla Lega) si sono rivelati inconsistenti e inadeguati, oltre che sconosciuti ai più (aspetto di non poco conto per le competizioni comunali). Ma al di là delle scelte del centrosinistra rivelatesi vincenti, Enrico Letta ha alzato l’asticella, parlando di “risultato nazionale”. Per carità, quando si vince una competizione elettorale locale si tende sempre a paragonarla ad un’elezione politica per convenienza, ma la storia ci ricorda che così non è: lo sa bene Achille Occhetto, che da leader della coalizione fece “cappotto” ai ballottaggi amministrativi del novembre 1993, per poi cedere clamorosamente ad un signore sconosciuto alla politica italiana (si chiamava Silvio Berlusconi) soltanto qualche mese dopo. La lezione di Occhetto, quindi, dovrebbe far riflettere (e non poco) Enrico Letta. Anche perché il centrodestra è da anni che attende il 2023 (se non ci saranno elezioni anticipate prima) per poter tornare a Palazzo Chigi (manca dal lontanissimo novembre 2011). È vero anche che il problema interno al centrodestra riguardo la leadership è un problema serio, che non sono ancora riusciti a snocciolare e soprattutto risolvere: con un Berlusconi ormai fuori gioco, restano Salvini e Meloni a contendersi l’ambito scettro del federatore. Ma a differenza di quando Berlusconi mise in campo il suo centrodestra nel 1994, dove l’unico vero leader carismatico era lui (di certo non Bossi e Fini), questa volta in ballo per la poltrona di leader sono in due (e nessuno vuole giustamente mollarla all’altro).

Enrico Letta, Segretario del Partito Democratico dal 14 marzo 2021

Ma così a destra, anche a sinistra (se non di più) il problema della leadership è serio. E la coalizione che ha intenzione di proporre Letta (da Conte a Calenda, passando per Renzi e Bersani) non appare di certo una sfida facile da portare a compimento. Tutt’altro: una vera e propria mission impossible. Come possono coesistere Matteo Renzi e Giuseppe Conte nella stessa coalizione? Come possono stare assieme Carlo Calenda e il Movimento 5 Stelle? E ancora: come può Enrico Letta tenere assieme tutti questi leader (diversissimi tra loro)? Il numero uno di Azione si è già smarcato da ogni tipo di discorso, affermando proprio ieri che «occorre rompere le alleanze con le forze anti sistema» (un chiaro messaggio rivolto al Movimento 5 Stelle).

L’Ulivo ai tempi del 1996, quando sconfisse per la prima volta la coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi

Insomma, nonostante tutto, Letta è convinto comunque di potercela fare, anche se Calenda non ne vuole proprio sapere (e Renzi non ha ancora parlato!). È vero anche che se si dovesse votare nel 2023 ci sarebbe ancora tempo per poter lavorare ai fianchi dei vari schieramenti politici, ma quando ti trovi davanti leader con personalità forti e idee così diverse tra di loro come credi possano cambiare le cose soltanto con il tempo? Il Segretario Dem vuole provarci fino in fondo, ed è giusto oltre che legittimo: è la mission che si è dato alla sua segreteria, provare a ripetere quello che Romano Prodi riuscì a fare nel 1996 e nel 2006 con il suo Ulivo. Ma Letta non è Prodi e Renzi non è D’Alema. Ce la farà? Chi vivrà vedrà, ma nel frattempo: tanti auguri caro Letta, perché ne ha davvero bisogno.

Giornata nazionale per le Vittime degli incidenti sul Lavoro, Mattarella: «Ferita sociale che non trova soluzione»

di Simone Gioia

«Oggi ricorre la Giornata nazionale per le Vittime degli Incidenti sul Lavoro che, come ogni anno, vuole commemorare coloro che hanno perso la vita o hanno subito infortuni svolgendo la propria attività lavorativa. Una ferita sociale che non trova soluzione, ma purtroppo è sempre in aumento e diventa lacerante ogni volta che si apprendono, come in queste ultime settimane, quotidiani e drammatici aggiornamenti di incidenti avvenuti».

Così, in un messaggio inviato al Presidente dell’Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro, Zoello Forni, il Capo dello Stato Sergio Mattarella.

«La Costituzione nell’art. 4 “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”. Affinché questo diritto sia effettivamente garantito, uno Stato democratico deve consentire a ognuno di svolgere la propria attività lavorativa, tutelandone la salute e assicurandone lo svolgimento nella più totale sicurezza – spiega Mattarella. Le tragedie a cui stiamo assistendo senza tregua sono intollerabili e devono trovare una fine, rafforzando la cultura della legalità e della prevenzione. Le leggi ci sono e vanno applicate con inflessibilità. Le vittime degli incidenti sul lavoro sono persone che escono di casa con progetti per il futuro e attività dirette ai loro cari. Il luogo di lavoro deve essere il posto da cui si torna. Sempre – sottolinea il Capo dello Stato. Auguro una riflessione proficua e costruttiva a tutti i partecipanti a questo importante appuntamento, perché il successo di questa Giornata rappresenti una spinta a un’azione comune delle Istituzioni per garantire il diritto al lavoro in un ambiente sano e sicuro» conclude il Presidente della Repubblica.

“Voce dal Mondo” Episodio 11 – Il futuro della Bosnia passa dalle api

di Domenico Barbato

A ventisei anni dallo storico accordo di Dayton, la Bosnia ed Erzegovina si trova oggi ad essere in uno stato di continua transizione. Permangono infatti nel paese i segni del terribile conflitto degli anni 90′. Le bombe inesplose disperse su tutto il territorio preoccupano i bosniaci che intravedono in esse le orrende violenze subite. Eppure proprio da questo problema endemico potrebbe nascere la soluzione a buona parte dei problemi dello stato. In tal senso, infatti, I professori dell’Università di Banja Luka hanno ideato un nuovo sistema di sminamento che prevede l’utilizzo di api al posto dei cani. Un progetto avviato dai bosniaci con la collaborazione dei croati che potrebbe riscrivere i rapporti tra i due stati, tradizionalmente nemici. Da Banja Luka infatti potrebbe partire una svolta geopolitica che potrebbe interessare tutti gli stati dei Balcani. Ne parliamo con l’esperta di relazioni internazionali bosniache, Aleksandra Babić.

Episodio 11 – “Il futuro della Bosnia passa dalle api” di Domenico Barbato

Speciale Elezioni, i risultati definitivi: Sala e Occhiuto trionfano al primo turno, Michetti-Gualtieri al ballottaggio

Vittorie anche per Lepore a Bologna e Manfredi a Napoli. A Torino Lo Russo e Damilano se la giocheranno al ballottaggio

di Simone Gioia

All’appello manca soltanto Roma, dove le sezioni scrutinate sono 2.597 su 2.603, ma nel resto d’Italia lo scrutinio è terminato: abbiamo, quindi, i risultati definitivi delle principali città italiane in cui si è votato più la Calabria, unica regione chiamata al voto.

Milano

Beppe Sala trionfa al primo turno con un risultato record: 57,7% di voti. E’ il risultato elettorale migliore di sempre per un candidato sindaco a Milano, superato anche Gabriele Albertini, che nel 2001 prese il 57,54% (anche se con una affluenza maggiore rispetto a quella di oggi).

Roma

Come ampiamente pronosticato dai sondaggi delle scorse settimane, ci vorrà un secondo turno (il cosiddetto “ballottaggio) per eleggere il nuovo Sindaco del Campidoglio. Domenica 14 ottobre a contendersi la partita elettorale ci saranno Enrico Michetti (centrodestra) e Roberto Gualtieri (centrosinistra). Niente da fare per Carlo Calenda (che chiude al terzo posto) e Virginia Raggi (addirittura ultima, bocciata dal popolo romano).

In aggiornamento

Torino

Anche a Torino come a Roma, non basta il primo turno per eleggere il nuovo Sindaco nonché successore di Chiara Appendino: si va al ballottaggio. Da una parte ci sarà il candidato del centrosinistra, Stefano Lo Russo, dall’altra, invece, il candidato del centrodestra, Paolo Damilano.

Napoli

Grandissimo risultato per il centrosinistra anche a Napoli, dove il candidato della coalizione PD-5 Stelle, Gaetano Manfredi, vince al primo turno ed è eletto nuovo sindaco della città con il 62,98% dei voti, asfaltando di fatto il suo competitor Catello Maresca, che si ferma al 21,88%.

Bologna

Partita tutta in discesa nel capoluogo dell’Emilia-Romagna, dove Matteo Lepore (candidato del centrosinistra) non tradisce le attese e diventa nuovo Sindaco della città con il 61,9%, raddoppiando sullo sfidante del centrodestra, Battistini.

Calabria

Non solo amministrative in questa tornata elettorale di ottobre, ma anche regionali, con il voto calabrese (unica regione chiamata al voto). Roberto Occhiuto (espressione di Forza Italia) è il nuovo Presidente della Regione Calabria: la coalizione di centrodestra conferma quanto anticipato dai sondaggi nelle scorse settimane e torna a guidare la regione dopo lo stop di un anno fa a causa della tragica scomparsa di Jole Santelli. Niente da fare per l’alleanza giallorossa, che chiude al secondo posto, totalizzando praticamente la metà dei voti presi dal centrodestra.

Germania, chi raccoglierà l’eredità lasciata da Angela Merkel?

La elezioni hanno sancito la vittoria dei socialdemocratici, ma la composizione del nuovo Governo non è affatto scontata: Verdi e liberali saranno l’ago della bilancia

di Iacopo Fiorinelli

Dopo 16 anni di cancelleria, si chiude l’era Merkel in Germania. Un’intera generazione di ragazzi tedeschi è nata e cresciuta con la «Mutti», una statista che ha saputo guidare la Germania (e in parte l’Europa) con lucidità, superando momenti di grave crisi economica, sociale e sanitaria.

Angela Merkel saluta il cancellierato, per la Germania e l'Europa inizia una nuova fase
Angela Merkel saluta il cancellierato dopo 16 anni, la Germania e l’Europa entrano in una nuova era

Per la Germania, però, è arrivato il momento di voltare pagina. Nelle attesissime elezioni di domenica 26 settembre la Cdu-Csu, il partito di Angela Merkel, guidato ora da Armin Laschet, è crollato di 9 punti percentuali rispetto alle elezioni del 2017 e ha registrato un misero 24,1 % dei voti. A vincere le elezioni sono stati, invece, i socialdemocratici (Spd), guidati da Olaf Scholz, che hanno ottenuto il 25,8% dei voti. Mai prima d’ora in Germania un partito vincitore di un’elezione nazionale aveva preso meno del 31% dei voti. Per questo motivo, come ampiamente previsto dagli analisti alla vigilia delle elezioni, per la prima volta la Germania si avvia verso la creazione di una coalizione di governo composta da almeno tre partiti. Entrambi i principali partiti tedeschi, Spd e Cdu-Csu, protagonisti negli anni passati della cosiddetta große Koalition (grande coalizione), infatti, hanno ribadito a più riprese durante la campagna elettotorale che non intendono allearsi nuovamente, aprendo ad una nuova formazione di governo. In questo scenario giocheranno un ruolo di primo piano i Verdi e i liberali dell’FDP, che hanno ottenuto rispettivamente il 14,8 e l’11,5% dei voti. Resteranno marginali, invece, gli estremisti di destra e sinistra. Il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) ha ottenuto il 10,3% dei voti, registrando un calo rispetto al 12,6% del 2017, ma rimanendo comunque il secondo partito nei Länder che una volta componevano la Germania dell’Est (DDR). Sconfitta netta, invece, per il partito di sinistra Die Linke (4,9%), che riesce ad entrare al Bundestag solo grazie alle vittorie in tre collegi uninominali che gli consentono di superare la soglia di sbarramento al 5%.

Non è chiaro se e con chi decideranno di allearsi Verdi e FDP, che sono corteggiati sia dalla SPD che dalla CDU. Escludendo l’improbabile scenario di un’altra große Koalition tra SPD e CDU, si avrà un nuovo Governo solamente quando Verdi e liberali raggiungeranno un accordo con i socialdemocratici o con i conservatori, così da superare la soglia della maggioranza assoluta di 368 seggi. Fino a quel momento, l’unica certezza resterà, ancora una volta, Angela Merkel, che manterrà il ruolo di Cancelliera fino al giuramento del suo successore, che secondo diversi esperti potrebbe non arrivare prima della fine dell’anno.

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La composizione del Bundestag, la camera bassa del parlamento tedesco (Fonte: Reuters)

Il leader dell’FDP, Christian Lindner, ha lasciato intendere che il suo partito e i Verdi potrebbero consultarsi tra di loro prima di capire «quello che verrà dopo». La leader dei Verdi, Annalena Baerbock, non ha smentito nè confermato questa possibilità. I due partiti, però, pur avendo una base elettorale abbastanza simile (composta prevalentemente da persone giovani, residenti in grandi città e con un alto grado di istruzione), presentano alcune notevoli differenze di programma. Entrambi i partiti hanno idee progressiste sui diritti umani e la parità di genere, ma esprimono posizioni diverse sulle politiche economiche, in particolare per quanto riguarda la lotta al cambiamento climatico. L’FDP è il partito tedesco con obiettivi meno ambiziosi sulla lotta agli effetti del riscaldamento globale. I Verdi, al contrario, puntano a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2041 e auspicano di far cessare le attività di estrazione delle miniere di carbone entro il 2030. Inoltre, i Verdi hanno proposto misure a favore di una maggiore equità sociale, mentre l’FDP, di orientamento neoliberale, è storicamente contrario all’aumento delle tasse per i più ricchi, obiettivo che invece i Verdi condividono con l’SPD. Si deve segnalare, però, che nel tempo i Verdi sono diventati i più centristi tra i partiti di centrosinistra in Germania e questo potrebbe agevolare eventuali negoziati con l’FDP.

La coalizione ad oggi più probabile è quella tra socialdemocratici, Verdi e liberali. Olaf Scholz gode, infatti, di una discreta popolarità nel Paese e, dopo anni di insuccessi elettorali dei socialdemocratici, è riuscito a riportare l’SPD in cima alle preferenze degli elettori. Scholz può contare, quindi, su un mandato elettorale abbastanza forte, a differenza del suo avversario, Armin Laschet, che ha guidato la CDU-CSU a uno dei peggiori risultati della sua storia. Inoltre, fra i partiti principali, SPD, Verdi e FDP sono i soli ad aver incrementato i consensi rispetto alle elezioni del 2017 e questo attribuirebbe a una coalizione di governo formata da questi partiti una maggior legittimazione.

Al momento invece sembra estremamente improbabile che si formi nuovamente una große Koalition tra SPD e CDU, che ha governato la Germania in 12 degli ultimi 16 anni, dato che entrambi i partiti hanno più volte affermato chiaramente che non intendono formare nuovamente un governo di coalizione insieme.

Le proposte della SPD di Scholz sono incentrate in particolare sulle politiche sociali: lavoro, case, famiglia e pensioni. Due delle battaglie di Scholz sono quelle per l’aumento del salario minimo orario da 9,60 euro a 12 euro e l’aumento delle tasse sui redditi più alti per finanziare politiche di transizione ambientale. Pur non volendo allearsi con la CDU, il suo pragmatismo ha fatto sì che molti elettori tedeschi vedano in lui il successore naturale di Angela Merkel.

Laschet, invece, ha sempre mostrato grande interesse per la questione migratoria, appoggiando pubblicamente la politica di apertura di Merkel durante la crisi siriana. Il leader della CDU ha condiviso con la Cancelliera anche l’apertura alla cooperazione con la Cina. Inoltre, i conservatori spingono per adottare politiche ambientali più sostenibili e per rafforzare l’integrazione tra i Paesi dell’Unione Europea.

Aspettando di conoscere chi guiderà il prossimo Governo tedesco e con quale maggioranza parlamentare, è possibile trarre un primo risultato: qualunque maggioranza emerga dai negoziati, il prossimo esecutivo tedesco sarà certamente europeista. A differenza di quanto avviene in Italia e in Francia, dunque, i partiti populisti e di estrema destra in Germania rimangono ancora una volta confinati ad un ruolo assolutamente marginale.

Indo-Pacifico: il futuro della politica internazionale

La notizia della settimana, e probabilmente una delle più significative dell’anno, è la nascita di AUKUS, acronimo di Australia, United Kingdom e United States, che ci indica chiaramente che l’Indo-Pacifico è dietro l’angolo

di Lorenzo Rezzonico

Già da qualche anno negli apparati profondi dello Stato americano (vera culla del potere a stelle e strisce) e nei laboratori strategici circola una particolare dizione: una crasi dei due principali teatri della geopolitica del 21esimo secolo: Oceano Indiano e Oceano Pacifico. Negli ultimi tempi tutto ciò è diventato sempre più evidente e pressante: prima il varo da parte del Presidente Biden di una fantomatica “alleanza delle democrazie”, nome in codice per comunicare agli alleati occidentali l’obbligo di inviare navi e forze militari nelle acque antistanti le coste cinesi e le isole ivi contese; poi l’annuncio di vari paesi europei e non solo dell’invio effettivo di questi contingenti, con la Germania che è riuscita a strappare un importante accordo su North Stream 2; infine, lo scorso 16 settembre, la nascita, annunciata in via telematica da Biden, il primo ministro britannico Boris Johnson ed il primo ministro australiano Scott Morrison, della nuova alleanza AUKUS, il cui punto focale sarà quello di dotare l’isola del pacifico di sottomarini a propulsione nucleare, la crema della tecnologia navale moderna ed aspetto che permetterà a Canberra di divenire il settimo paese al mondo di disporre di tale tecnologia (gli altri sono i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU più l’India).

Quali sono state le immediate risposte a tale annuncio che, come già scritto nell’introduzione, altro non fa che illustrare alla luce del sole qualcosa che bolle in pentola da anni e che ormai è diventato realtà (qualcosa che, peraltro, anche i pochi attenti osservatori italiani dicono già da tempo)? La prima, e più rumorosa: il grande risentimento francese, che si è vista negare una golosa commessa da ben 60 miliardi di euro (circa) per la fornitura di 12 sottomarini a propulsione non nucleare all’Australia, come da contratto firmato da qualche anno. Dimostrazione che quando entra in campo la superpotenza, e lo fa con tutto il suo strapotere militare e di influenza, c’è poco da fare, e gli avvenimenti afghani passano subito in secondo piano: la via è preferire Washington. È notizia di qualche giorno fa la la decisione di Parigi di richiamare i propri ambasciatori negli Stati Uniti ed in Australia.

La seconda risposta è direttamente collegata alla prima, ed è decisamente più divertente, se non fosse anche incredibilmente tragica per la totale mancanza di aderenza alla realtà ed ai basilari dettami dei rapporti tra collettività da cui scaturisce: infatti, moltissimi osservatori e politici di primo piano si sono affrettati nel dichiarare come ormai non rinviabile ed assolutamente necessario un esercito europeo per garantire l’”autonomia strategica”. Ovviamente si sta parlando solamente di illusioni favolistiche, che provengono quasi sempre, tra le altre cose, da quell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, tale Josep Borrell, che solamente qualche mese fa veniva ridicolizzato in conferenza stampa dal Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Oltre al danno, però, non dimentichiamoci la beffa: proprio nelle stesse ore, l’Unione Europea varava un suo documento per una propria “strategia” dell’Indo-Pacifico e lo presentava durante una conferenza stampa in cui a Borrell sono state poste domande solamente in relazione all’accordo tra i tre paesi anglosassoni. Come è chiaro che sia e succede già da tempo, gli appelli per un tale esercito europeo arrivano dalla Francia, in assoluto la nazione europea che da sempre ha cercato di costruirsi una propria autonomia in tale campo ma che ormai da tempo ha perso il contatto con la situazione non rosea in cui versa e che quindi si nutre solamente di velleità costruite su basi di sabbia.

La Presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen

C’è molta attesa per il summit sulla difesa europea che Parigi organizzerà durante il suo semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione Europea, annunciato dalla Presidente della Commissione Ursula von Der Leyen durante il suo discorso sullo Stato dell’Unione (definizione ironica che si goffamente scimmiotta ciò che accade tutti gli anni negli Stati Uniti d’America). In definitiva, gli avvenimenti accaduti negli ultimi giorni, ed i conseguenti annunci, ci segnalando degli snodi importanti: l’impossibilità assoluta della creazione di un esercito europeo e di qualsivoglia indipendenza strategica, in quanto qualsiasi forza armata agisce per nome di uno stato e, nel caso in cui questa sia multinazionale, ci sarà sempre una potenza dominante sulle altre al suo interno che detterà legge; l’impotenza dei Paesi europei (persino della potenza al suo interno militarmente più strutturata e con una profonda storia e valutazione di sé) di fronte agli Stati Uniti ed a ciò che sta avvenendo nel mondo, non riuscendo ad evitare brutte figure di fronte agli alleati; in definitiva, il destino che accoglierà le potenze europee prevede un dispiegamento massiccio di forze nell’Indo-Pacifico, come contenimento anti-cinese ruotante attorno a Formosa (Taiwan), a dispetto di qualsiasi scaramuccia che ci sarà durante il percorso, in quanto un rapporto tra alleati che altro non sono che Paesi satelliti degli USA totalmente dipendenti dagli ultimi per la loro sicurezza, altro non è che un rapporto in cui il patron detta legge e gli altri devono rispondere presenti. Ciò non toglie che un Paese come l’Italia possa giocare un ruolo rilevante in questo scenario: a patto che ci si renda conto del punto di partenza e della condizione di totale subordinazione in cui ci troviamo, evitando slanci fantasiosi in ambito europeo.

Discorso sullo stato dell’Unione, von der Leyen: «L’Ue deve restare unita contro la pandemia»

Nella mattinata di mercoledì 15 settembre Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha tenuto il discorso sullo stato dell’Unione. In questa occasione il Presidente della Commissione rende conto al Parlamento europeo di quanto fatto nell’anno precedente e annuncia l’agenda per l’anno successivo. Questo discorso è stato introdotto in Europa nel 2010, prendendo spunto dal discorso sullo stato dell’Unione tenuto ogni anno dal Presidente degli Stati Uniti d’America dinanzi al Congresso. Ripercorriamo i passaggi chiave del discorso di von der Leyen.

La lotta al Covid

Ursula von der Leyen illustra il futuro dell'Europa nel suo discorso sullo  Stato dell'Unione
La Presidente della Commissione von der Leyen rivendica il successo dell’Ue nel contrastare la pandemia

Nella parte iniziale del suo discorso la Presidente della Commissione ha rivendicato i grandi risultati raggiunti dall’Unione europea nel contrastare la pandemia. «Un anno fa non ero in grado di dire se e quando avremmo avuto un vaccino contro il Covid efficace. Oggi l’Unione è leader mondiale con il 79% di popolazione vaccinata. Oltre alle dosi garantite ai nostri Paesi membri abbiamo distribuito 700 milioni di dosi in 130 Paesi: siamo l’unica regione del mondo ad averlo fatto e annuncio oggi che la Commissione aggiungerà una nuova donazione di altri 200 milioni di dosi fino alla metà del prossimo anno». L’ex Ministra della Difesa della Germania ha poi sottolineato la grande capacità delle istituzioni europee di restare unite in un momento così complicato: «Abbiamo dimostrato che quando agiamo insieme agiamo velocemente: in meno di tre mesi abbiamo attivato lo strumento del green pass. Oggi abbiamo oltre 400 milioni di green pass scaricati in 42 paesi e in 4 continenti. Mentre il resto del mondo parlava, l’Europa ha agito».

I giovani

Il 2022 dovrà essere l’anno dei giovani, afferma von der Leyen. Giovani ai quali in questo periodo sono stati chiesti enormi sacrifici, tra didattica a distanza e limitazioni alle più svariate forme di socialità. «I nostri giovani credono che abbiamo una responsabilità sul pianeta. L’Europa sarà più forte se assomiglierà alla prossima generazione», spiega la Presidente della Commissione.

Afghanistan

Afghanistan, le donne protestano davanti al palazzo presidenziale:  "Dobbiamo tornare a lavorare" - la Repubblica
Protesta di decine di donne afghane davanti al palazzo presidenziale per chiedere ai talebani di poter tornare a lavorare

É previsto un nuovo pacchetto di sostegno da 100 miloni di euro per evitare la carestia e il disastro umanitario in Afghanistan. La Presidente della Commissione si è soffermata in particolare sulla condizione delle donne afghane: «Penso a quelle donne che oggi rischiano la loro vita, come le giudici che hanno mandato in carcere le persone che oggi le minacciano. Dobbiamo essere al loro fianco».

Immigrazione

Un altro passaggio interessante del discorso di Von der Leyen è quello sul nuovo patto sulla migrazione. «Fino a quando non troveremo un terreno di intesa sulle migrazioni i nostri detrattori continueranno ad attaccarci. Serve un nuovo patto per la migrazione e l’asilo, per gestire le nuove fattispecie che ci troviamo ad affrontare. Sappiamo che possiamo trovare un momento d’intesa: è arrivato il momento per creare una politica comune per la migrazione. Si tratta di una questione di fiducia. L’Unione sarà sempre all’altezza di proteggere i più vulnerabili», avverte von der Leyen.

Divieto di vendita per i prodotti del lavoro forzato

«Fare affari è necessario ma non può essere fatto a spese della dignità e delle libertà individuali. Sono circa 25 milioni di persone del mondo che vivono sotto la minaccia del lavoro forzato. Proporremo un divieto di vendita di questi prodotti. I diritti umani non sono in vendita, a nessun prezzo”, ha spiegato von der Leyen al Parlamento.

Violenza sulle donne

Entro fine anno verrà adottata una norma per contrastare la violenza sulle donne, ha annuciato von der Leyen. La Presidente della Commissione europea si è mostrata molto ferma su questo tema, spiegando che: «Se difendiamo i nostri valori difendiamo la libertà di poter essere quello che si è, di dire quello che si vuole, di amare chi si preferisce. Libertà vuol dire anche essere liberi dalla paura. La pandemia è stato un periodo tremendo per le donne vittime di violenza che non potevano sfuggire dai loro aguzzini. Queste donne devono poter essere libere e autonome di nuovo».

Libertà dei media e dei giornalisti

«I giornalisti vengono minacciati, picchiati e addirittura uccisi nella nostra Unione. Le loro storie sono diverse nel dettaglio ma hanno un punto in comune: hanno lottato per il nostro diritto all’informazione e sono morti nel difenderlo». ha ricordato von der Leyern. Per questa ragione Per questo la Commissione ha avanzato una proposta per sostenere il lavoro dei giornalisiti e contrastare chi mette a repentaglio la libertà dei media. «C’è bisogno di una legge sulla libertà dei media perché è così che difendiamo anche la nostra democrazia», ha sentenziato von der Leyen.

L’elogio a Bebe Vio

Parlamento Ue: discorso sullo Stato dell'Unione di Ursula von der Leyen.  "Bebe Vio immagine delle giovani generazioni. Questo è il nostro futuro" |  AgenSIR
Il Parlamento europeo applaude la campionessa paralimpica italiana Bebe Vio, simbolo di perseveranza

La presidente della Commissione ha poi presentato la campionessa paralimpica italiana Bebe Vio, fresca vincitrice della medaglio d’oro alle paralimpiadi Tokyo, pronunciado il suo motto: «Ad aprile le avevano detto che rischiava di morire, poi è riuscita a vincere una medaglia olimpica. Se sembra impossibile, allora si può fare».

11 settembre 2001, Mattarella: «Quella tragedia ci ha uniti nel segno del dolore»

La dichiarazione del Capo dello Stato in occasione del 20° anniversario dell’attentato alle Torri Gemelle

di Simone Gioia

«In occasione del ventesimo anniversario dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, desidero anzitutto esprimere la vicinanza del popolo italiano alle famiglie delle vittime di quel feroce attentato e a tutto il popolo degli Stati Uniti, nel segno della profonda e storica amicizia che lega i nostri due Paesi – scrive il Capo dello Stato. Rivolgo un pensiero particolare ai connazionali e alle persone di origine italiana che persero la vita in quella dolorosa circostanza, vite spezzate da un fanatismo vile e cieco che colpì uomini e donne innocenti. Quella tragedia ci ha uniti nel segno del dolore – sottolinea Mattarella. La memoria della barbara aggressione di vent’anni or sono ci spinge con sempre maggiore vigore a proteggere quella cornice comune di valori che  risponde ai princìpi di libertà e pacifica convivenza tra popoli. La drammatica vicenda afgana che ne è seguita, sino al recente gravissimo attentato presso l’aeroporto di Kabul, ultimo di una sequela di brutali attacchi terroristici susseguitisi negli anni in tanti Paesi, conferma quanto sia impervia la strada della affermazione dei diritti dell’uomo. Libertà, democrazia, pace e sicurezza sono valori indivisibili che non possono mai essere considerati acquisiti, bensì devono essere preservati e alimentati dalla comunità internazionale. L’impegno dell’Italia in questo ambito non verrà mai meno, a partire dal contributo alla definizione di una cornice di sicurezza che sappia sconfiggere il terrorismo e i suoi inganni – prosegue. L’Italia è solidale con gli Stati Uniti e gli altri alleati per fronteggiare ogni minaccia terroristica, spegnere i focolai di guerra che le fortificano e per rafforzare un ordine mondiale incentrato sul diritto, sulla giustizia sociale ed economica, attraverso la cooperazione, il dialogo multilaterale, nella profonda convinzione che tale impegno consentirà di affrontare le nuove decisive sfide che si profilano sullo scenario globale per lasciare un futuro migliore alle nuove generazioni».

Speciale Olimpiadi Tokyo 2020 – L’Italia si ferma sul più bello, non basta il canto del Gallo!

La squadra di Meo Sacchetti mette a serio rischio la qualificazione francese. Finisce 84-75 per i Bleus

di Domenico Barbato

Se la Francia era la squadra con la miglior difesa della competizione, media 72 punti concessi, l’Italia ne fa 75, lottando su ogni palla ma non basta. Gobert, Batum e De Colo vanno a giocare la semifinale olimpica contro la corazzata Slovenia di Luka Doncic. Meo schiera nel primo quarto la formazione tipo con Pajola, Melli, Fontecchio, Polonara e Tonut.

Evan Fournier anche oggi decisivo nelle sorti del match

I francesi partono con De Colo, Batum, Fournier, Yabusele e Gobert. Nei primi minuti l’Italia attacca, gestendo bene i possessi, riuscendo a finalizzare con buoni tiri dalla media. Polonara è in ritmo e si vede, Yabusele lo soffre tantissimo. Collier cerca di trovare la soluzione per marcare il lungo azzurro. I francesi fanno fatica nel primo quarto, i tiri da fuori non entrano, allora spazio alle penetrazioni centrali dove Rudy Gobert fa valere i suoi 2.21 segnando dei facili layups. Con Gobert entra in partita anche Fournier che inizia a penetrare, riuscendo a battere l’asfissiante marcatura di Stefano Tonut.

L’incredibile prestazione difensiva di Ale Pajola nonostante i 4 falli fatti troppo presto

Pajola riesce a limitare De Colo che si limita a smistare i vari passaggi per i lunghi. Il primo quarto si conclude sul 25-20 con le ottime giocate di Achille Polonara e la tripla di Michele Vitali allo scadere. Gli azzurri cominciano bene la seconda frazione con il gancio di Polonara che diventa un incubo per i francesi. De Colo esce dal campo e viene sostituito da Huertel. Il play ex Barcellona ispira i francesi con step e back e tiri da tre importanti. Con lui sale in cattedra anche Batum che inizia a martellare da oltre l’arco. Ma è Evan Fournier ad essere mortifero per l’Italia, 12 punti nel secondo quarto, a tratti immarcabile. Le penetrazioni e le furbate del nuovo giocatore dei Knicks mettono in difficoltà la squadra di Meo che vede l’unico giocatore difensivo, Alessandro Pajola, abbandonare temporaneamente il match dopo il terzo fallo commesso. L’Italia, tuttavia, riesce a rispondere con Danilo Gallinari che finalmente si lascia andare, segnando due canestri di una difficoltà incredibile.

La devastante statura di Rudy Gobert, il centro francese di 2.21 cm

Un canestro da sotto e una tripla in faccia a Rudy Gobert, tenendo a contatto l’Italia. Gli azzurri chiudono il primo tempo sotto di uno, 42-43. Nella ripresa Meo rischia, schierando subito Pajola con tre falli. Il play della Virtus commette abbastanza presto il quarto, accomodandosi in panchina. Entra Mannion, meno reattivo in fase difensiva di Pajola. Nando De Colo lo sa e lo attacca, offrendo a Gobert dei comodi punti sotto canestro. La Francia fa il break affidandosi ad un Batum versione NBA, chiuderà la partita con una doppia doppia da 15 punti e 14 rimbalzi.  Il pelato francese prende dei tiri importanti e li segna. La Francia se ne va e arriva a toccare il +14. Le triple transalpine e Gobert ammazzano l’Italia, spazio allora a Pippo Ricci che uscendo dalla panchina, riesce perlomeno a gestire il centro degli Utah Jazz. L’Italia sembra nel baratro ma il quarto tempo inizia in maniera incredibile. Gli azzurri rientrano in partita giocando da squadra e affidandosi ad un Pajola versione supersayang che sporca tutti i possessi, senza commettere il quinto fallo. Il leader è però solo uno, Danilo Gallinari. Il Gallo guida la squadra nel momento di maggior difficoltà, conquistandosi i falli francesi e lottando su ogni pallone. Il Gallo dà fiducia anche a Fontecchio che ritorna sui suoi ritmi, segnando dei tiri ben costruiti. Gli azzurri sembrano aver cambiato l’inerzia del match grazie al duo Fontecchio-Gallinari e l’intensità difensiva di Pajola, la Francia però non molla. La partita diventa combattuta punto a punto, possesso dopo possesso. Le triple italiane non entrano, quelle francesi si. La freddezza francese porta il match sul +5 per loro. L’ultimo squillo è affidato a Fontecchio ma non va, finiscono qui i sogni azzurri. I francesi vincono 84-75 una partita combattutissima, che li ha messi a dura prova sia in attacco che in difesa. Decisivi Gobert 21 punti e 9 rimbalzi, Fournier 21 punti, oltre ai 15 del già citato Batum.

Nicolas Batum autore di una prestazione formato NBA

L’Italia esce a testa altissima dai Giochi Olimpici, potendo guardare al proprio futuro con maggiori certezze grazie ad uno scatenato abruzzese di nome Fontecchio, un Mannion, ancora giovane, classe 2001 e un Ale Pajola leader difensivo vero. In attesa di altre sorprese come quelle che potrebbero arrivare dal draft NBA 2022 dove tre italiani come Banchero, centro di Duke naturalizzato italiano, Abramo Canka e Gabriele Procida, potrebbero sbarcare in NBA. A conclusione una nota di merito a un Gallinari che ha risposto da campione a tutti coloro che lo hanno criticato nelle precedenti gare, con una sontuosa doppia doppia, 21 punti e 10 rimbalzi, confermandosi fondamentale per il gruppo azzurro. La speranza è che non sia l’ultima volta in cui vediamo il Gallo combattere così per la maglia azzurra!

La delusione italiana dopo la sconfitta

Speciale Olimpiadi Tokyo 2020 – L’Italbasket accede ai Quarti di Finale

La squadra di Sacchetti conclude il suo girone olimpico con una vittoria sulla Nigeria per 80-71

di Domenico Barbato

L’Italbasket accede agli Ottavi di Finale dopo una lunghissima battaglia con la Nigeria. La squadra allenata da Mike Brown, ex allenatore di Lebron James ai Cleveland Cavs, mette sotto l’Italia ad inizio terzo quarto e rischia di portare a casa la vittoria. Sono i piccoli particolari a indirizzare la partita verso Roma. Meo inizia la partita con il quintetto consolidato, scegliendo al posto di Mannion, Pajola.

Polonara finalmente  in ritmo gara

L’Italia parte bene con buone azioni dei suoi lunghi, Melli e Polonara che penetrando verso canestro, riescono a muovere la zona 3-2 nigeriana, preparata da Mike Brown per evitare all’Italia di segnare da oltre l’arco dei 6.25. Non serve, gli azzurri si mangiano il canestro. L’attacco italiano punge e si arriva a toccare il massimo vantaggio azzurro nel match 17-5. Mike Brown chiama diversi timeout ma è un fallo antisportivo di Melli a permettere ai nigeriani di entrare in partita. Tonut continua con i buoni primi tempi di questi Giochi Olimpici, segnando diversi canestri da sotto. Nwora, il miglior realizzatore nigeriano contro la Germania, autore di 33 punti, sembra fuori forma. Mike Brown allora tira fuori il jolly, Chimezie Metu.

Chimezie Metu, il jolly nigeriano

Il giocatore dei Sacramento Kings inizia a sparare da oltre l’arco, ricucendo il pesante parziale. Il primo quarto si chiude sul 27-19 per gli azzurri. Il secondo quarto i nigeriani però cambiano ritmo e si vede sin da subito. Jahlil Okafor rileva un Achiuwa poco in partita e le cose si fanno dure per gli azzurri. Il centro dei Detroit Pistons martella dentro l’area e viene accompagnato dal solito Metu che continua ad essere on fire da oltre l’arco. La Nigeria piazza un parziale da 10-0, mentre l’Italia fa un pesante 1/9 dal tiro. Meo Sacchetti chiama il timeout ma la sostanza non cambia. L’attacco azzurro non gira e si vede. Fontecchio segna il 34-30 ma è uno dei pochi lampi in fase offensiva del giocatore abruzzese. Senza Fontecchio ne risente tutta la squadra. La Nigeria continua a giocare da squadra e riesce a raggiungere il pareggio sul 34-34 grazie ad Nwora. L’Italia segna solo cinque punti in otto minuti e la Nigeria passa avanti.

Pippo Ricci, decisivo con le sue triple per tenere a galla l’Italia nel massimo momento di difficoltà

Entrano in campo Amedeo Tessitori Pippo Ricci. Il centro della Virtus riesce a contenere lo straripante Jahlil Okafor almeno parzialmente, riscattando l’opaca prestazione con la Germania. L’ex capitano della Virtus invece gioca una partita attenta, segnando una tripla di fondamentale importanza che porta l’Italia a concludere il primo tempo avanti di uno, 40-39. Nel terzo quarto l’Italia inizia forte e si porta sul 46-39 con un parziale di 6-0 firmato Achille Polonara. Il giocatore marchigiano gioca la sua migliore partita ai Giochi Olimpici ma non basta a contenere la reazione africana. Nwora e Okafor salgono in cattedra facendo vedere tutta la loro esplosività sotto canestro. Memorabile la schiacciata a due mani del primo a termine di un ottimo pick and roll con l’altro lungo Achiuwa.

Il pericolo Nwora limitato parzialmente dagli azzurri

La schiacciata segna il 55-54 nigeriano, un parziale che si allarga con la tripla di Nwora che porta i verdi sul +7. L’Italia come contro l’Australia si trova sotto nell’ultimo quarto. Meo decide allora di affidarsi a Pajola. Il playmaker, fattore nella partita con la Germania, lo è anche oggi. Con lui in campo la squadra è più aggressiva e si vede. Meo rimette in campo anche Pippo Ricci ed è proprio lui a dare il segnale della scossa azzurra, segnando una tripla fondamentale per il -3, coronando il parziale di 5-1 azzurro.

I tiri da sotto di capitan Melli decisivi nell’ultimo quarto

Pajola illumina con passaggi stile Teodosic sotto canestro per Melli che conclude in maniera impeccabile. Gli assist del Pajo sono l’antidoto alla scarsa vena offensiva di Fontecchio. Vitali, già importante contro l’Australia, riscatta un inizio disastroso di quarto, fallo tecnico su rimessa, con uno sfondamento difensivo. Polonara è decisamente dentro la partita e segna la tripla del +6 a tre minuti dalla fine.

L’importante apporto della panchina

Timeout Italia entra in campo Nico Mannion, finalmente in campo con Pajola. Il duo fa delle cose importanti ma è la giocata difensiva di Fontecchio a chiudere la partita, negando un canestro facile a Emegano. La Nigeria soffre l’infortunio di Okafor e si vede, ci sarebbe Udoh ma Brown non lo considera. Mannion decide il match con la tripla del 76-69. I tiri liberi di Pajola fissano il risultato finale sull’80-71. Italia ai Quarti contro una squadra che scopriremo solo nel sorteggio di domani, comunque vada il cammino fatto finora convince tutti. Ora tocca a noi sorprendere noi stessi!

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